PROBLEMATICITA’ DEL RIPARTO SPESE SULLE TERRAZZE A LIVELLO RICOPRENTI UN UNICO PIANO DELL’IMMOBILE

FULVIO PIRONTI

Alcuni edifici condominiali cosiddetti «minimi» – peraltro non infrequenti nella prassi costruttiva – sono costituiti da un’unità abitativa posta al primo piano con annessa terrazza a livello ricoprente parziariamente un unico immobile. Dunque, qual è la disciplina applicabile al caso per ripartire le spese concernenti la riparazione e ricostruzione del terrazzo a livello?

La soluzione prima facie andrebbe ricercata nella lettera dell’art. 1126 c.c. disciplinante la compartecipazione agli oneri manutentivi per riparazioni e ricostruzioni dei lastrici solari. Invero, giurisprudenza costante ritiene che la terrazza a livello di proprietà ed uso esclusivo di un condomino vada assimilata, ai fini ripartitivi per le spese di riparazione o rifacimento, al pavimentum solare; ne consegue che i relativi oneri debbono essere sopportati in proporzione dei vantaggi rispettivamente ritratti.

L’art. 1126 c.c dopo aver precisato che chi ha «l’uso esclusivo» della superficie terminale dell’edificio deve partecipare alla spesa nella misura di un terzo, dispone che la suddivisione dei restanti due terzi debba onerare «tutti i condomini» sottendendo, a nostro giudizio, ad una pluralità di proprietari – o, comunque, più di un condomino – situati nella proiezione verticale. È palese che il maggiore aggravio contributivo compete al proprietario della terrazza a livello per l’esclusivo godimento del piano calpestabile; i rimanenti proprietari ricompresi nella colonna d’aria delimitata dalla superficie terrazzata si sobbarcheranno ad una redistribuita ed inferiore partecipazione. In effetti i due terzi di spesa – la cui ratio dovrebbe risiedere nella funzione di copertura -, risuddivisi in proporzioni millesimali all’interno della compagine comproprietaria, risulteranno senz’altro minori se raffrontati a quanto esborsato dal singolo condomino sovrastante. Va sottolineato che quante più unità immobiliari si trovino ad essere ricomprese nella proiezione della terrazza a livello, sempre più esigua sarà la partecipazione economica del singolo comproprietario in rapporto all’esborso sostenuto dall’utilizzatore esclusivo della res pertinenziale (si pensi ai condominii dotati di numerosi piani in elevazione).

Orbene, applicando l’art. 1126 c.c. alla fattispecie dianzi ipotizzata verrebbe a delinearsi un quadro compartecipativo economicamente iniquo: invero il proprietario del terrazzo a livello concorrerebbe al pagamento di una modicissima spesa (id est un solo terzo) mentre, invece, l’unico proprietario sottostante verrebbe ad essere sovraccaricato dei rimanenti due terzi; cosicché la funzione di copertura parrebbe rivestire sensibile importanza rispetto ai vantaggi che può recare il godimento esclusivo del solarium ad libellam. Si perverrebbe all’illogico rovesciamento della ratio connaturata nell’art. 1126 c.c. secondo cui l’uso del terrazzo riveste un ruolo preminente e la funzione di copertura uno meramente sussidiario.

Isolate e non più recenti applicazioni giurisprudenziali hanno creduto risolvere la questione prendendo a prestito l’art. 1125 c.c. dettato in materia di ripartizione delle spese per la manutenzione e ricostruzione di strutture destinate ad intervallare due piani dello stesso edificio. Il pretore di Matera, con decisione del 13 marzo 1958 (in Riv. giur. edilizia, 1958, I, 566), sostenne che «le spese per la manutenzione e ricostruzione di una terrazza a livello di proprietà esclusiva di un condomino dell’edificio che copre un solo appartamento vanno ripartite tra costui ed il proprietario dell’appartamento sottostante secondo i criteri stabiliti dall’art. 1125 c.c., e non secondo quelli stabiliti dall’art. 1126 c.c.».

Tuttavia, l’evoluzione giurisprudenziale che ne è seguìta ha reputato non potersi estendere l’applicazione dell’art. 1125 c.c. al caso in esame sul rilievo che tale articolato disciplinerebbe i solai divisori situati fra due piani; non opererebbe, pertanto, in presenza di terrazze a livello in quanto siffatte pertinenze superficiarie non costituiscono piani (1). La Cassazione con sentenza n. 2625 del 1961 ha statuito che qualora la terrazza a livello esplichi funzione di copertura dell’unico appartamento sottostante, le spese conseguenti ad interventi manutentivi debbano essere suddivise in ragione dei principi dettati dall’art. 1126 c.c.

Pochissimi studiosi si sono dedicati alla problematica in disamina. Taluno sostiene che per l’imputazione divisionale delle spese inerenti le terrazze a livello non dev’essere applicato l’art. 1125 c.c.: ciò in quanto il richiamato disposto riguarda unicamente i solai dividenti i piani intermedi posti al disotto delle coperture terrazzate (2). Altri ha ritenuto, per converso, assoggettare il caso in dissertazione all’àmbito applicativo regolato dall’art. 1125 c.c. (3). Sentiamo di aderire in toto all’opinione tendente a respingere l’impiego dell’art. 1125 c.c. alla fattispecie in commento.

A nostro modo di vedere, è agevolmente percettibile l’intento dell’art. 1126 c.c. di contemplare le coperture terminali piane (id est lastrici solari) per loro natura e peculiarità poste alle sommità degli edifici le cui proiezioni verticali sottostanti circoscrivano senz’altro molteplici unità immobiliari (e non, quindi, un unico immobile). La disposizione nell’enunciare che «tutti i condomini» sottostanti debbano contribuire alle spese nella misura dei due terzi, se da un canto parrebbe ritenere inclusiva la fattispecie rappresentata da un solo proprietario, dall’altro trasgredirebbe il suo intendimento dando luogo ad una manifesta incongruenza. Neppure deve tralasciarsi di osservare che il proprietario del solarium ad libellam sopporta un maggior onere finanziario nella manutenzione perché trae da essa ingenti benefici.

Si abbozzano, a titolo esemplificativo, i plurimi utilizzi del piano calpestabile: finalità elioterapiche, trattenimenti amicali, momenti conviviali e partybreak distensivi e ricreativi, godimento dell’affaccio e della veduta paesaggistica, realizzazione di giardini pensili, spandimento del bucato, ricovero di animali domestici; e ancora attrezzarvi ripostigli, disporvi antenne televisive, svariati usi casalinghi;ecc.; non passi inavvertita la preponderante aerazione e luminosità a beneficio degli ambienti prospicienti la terrazza a livello; si consideri altresì la possibilità di accrescerne gli agi installandovi tende parasole o, ancora, verande; si pensi finanche ai vantaggi che potrebbero scaturirne dalla espansione del diritto condominiale di sopraelevare, per gli effetti dell’art. 1127 c.c., nuove fabbriche; non si tenga, infine, in minor conto la possibilità di locare l’area a terzi per farvi collocare insegne pubblicitarie traendo considerevoli profitti.

Ne discende che la funzione della terrazza a livello surclasserebbe, per i possibili demarcati confort, quella di mera copertura; di qui l’accollo di un onere manutentivo particolarmente elevato all’utilizzatore dell’aggetto pertinenziale a causa della consistente fruizione e dell’ulteriore comodità all’appartamento. Le considerazioni testé dispiegate sembrano trovare adeguato conforto in un pronunciato di legittimità: con particolare incisività argomentativa, l’autorevole Corte ha precisato, con decisione 18 agosto 1990, n. 8394 (in Arch. loc., 1990, 692), che la terrazza a livello «è destinata non solo e non tanto a coprire una parte di fabbricato, ma soprattutto a dare possibilità di espansione e di ulteriore comodità all’appartamento del quale è contigua, costituendo di esso una proiezione all’aperto; quando ricorre tale situazione dei luoghi, la funzione della terrazza, quale accessorio rispetto all’alloggio posto allo stesso livello, prevale su quella di copertura dell’appartamento sottostante…». Dalla riferita massima emerge, con limpidità di tratti, il ruolo sussidiario della copertura; crediamo davvero che sovraccaricare buona parte delle spese manutentive sull’unico proprietario sottostante integri una manifesta iniquità.

Sulla scorta delle pur sommarie considerazioni è alquanto verosimile concludere per l’insostenibile assoggettabilità del caso esaminato sia alla norma dell’art. 1126 c.c. che a quella ordinata dall’art. 1125 c.c.: ci troveremmo, pertanto, in presenza di una lacuna præscriptionis. In effetti nessuno dei ricordati precetti sembra attagliarsi per una radicale definizione del quesito nodale.

Le divisioni di tali spese, sottratte alle cennate discipline, verrebbero lasciate al buon senso dei compartecipanti i quali negozierebbero bonariamente una percentuale economica in considerazione del maggior vantaggio arrecato dall’uso della terrazza a livello e della modesta funzione esercitata per fini di copertura; in via orientativa le percentuali di spesa potrebbero trovare, a nostro giudizio, un’equa quantificazione nella misura del sessantacinque/settanta per cento a carico dell’utilizzatore del terrazzo ed il restante trentacinque/trenta per cento a carico del sottostante condomino. Frattanto è auspicabile, affinché siano evitate sterili e defatiganti dispute giudiziali, un riassettoab imis dell’art. 1126 c.c. (4).

N o t e

(*) Contributo pubblicato nelle riviste Giurisprudenza di merito e Vita notarile, 1999

(1) Vd., in tali esatti sensi, App. Milano 2 febbraio 1965, in Riv. giur. edilizia, 1965, I, 52 e Cass. n 1224\1963; non sembrano riscontrarsi precedenti significativi più recenti.

(2) Cfr. Terzago, Il condominio, Milano, 1993, 126 ss.

(3) Cfr. Balzani, Le tabelle dei valori millesimali, Milano, 1985, 111 ss.

(4) Sebbene esuli dalla trattazione della presente tematica, riteniamo che anche il lastrico solare ricoprente un unico immobile non debba rientrare nella disciplina sancita dall’art. 1126 c.c.

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L’INTRODUZIONE DEL CODICE CIVILE HA ABROGATO LA NORMAZIONE DEL 1935 SUL CONDOMINIO DI CASE? ALCUNE RIFLESSIONI CRITICHE (*)

FULVIO PIRONTI

La Corte di legittimità ha statuito in più occasioni che il r.d.l. 15 gennaio 1934, n. 56 (convertito con modificazioni in l. 10 gennaio 1935, n. 8), emanato per disciplinare le case in condominio, deve ritenersi abrogato in forza dell’art. 15 delle preleggi in quanto tutti i cànoni normativi in esso compresi sono stati trasfusi nella disciplina codicistica entrata in vigore nel 1942 (1). Segnatamente si è pronunciata con riguardo all’art. 26 del r.d.l. n. 56\1934 contenente la speciale competenza del tribunale in ordine alle impugnative delle deliberazioni assembleari affette da patologie negoziali invalidanti: siffatta disposizione deve reputarsi – secondo un costante insegnamento del Supremo Collegio – abrogata poiché non risulta essere stata riprodotta nell’art. 1137 c.c. che, al contrario, prescrive il ricorso all’autorità giudiziaria sottendendo alle norme processuali distributive della competenza.

Tuttavia, è dato rilevare che con l’entrata in vigore del codice civile il legislatore non ha proceduto ad abrogare espressamente la legislazione sul condominio di case del 1935. Vi è, poi, da sottolineare che in tutte le motivazioni delle pronunzie di legittimità non viene mai evidenziato il carattere di specialità proprio della legge in argomento (dato, questo, che ci lascia alquanto perplessi). Sembrerebbe che i giudicanti abbiano considerato tale articolato legislativo alla stregua di una legge generale. Il r.d.l. n. 56 del 1934 venne promulgato in séguito alla crisi edilizia nascente dal primo dopoguerra; con l’assetto organico e disciplinato delle case in condominio si reputò espiantare i deleteri effetti della défaillance edile. Così, in esecuzione dell’art. 3 l. 31 gennaio 1926, n. 100, il Governo del Re emanò il citato r.d.l. concernente i rapporti di condominio sulle case successivamente convertito nella l. 10 gennaio 1935, n. 8 (2) (venne altresì varato il r.d.l. 4 gennaio 1934, n. 57 – convertito in l. 4 giugno 1934, n. 1033 – racchiudente norme sul condominio per le case in cooperative statali mutuatarie dalla Cassa depositi e prestiti e dalle successive norme sull’edilizia popolare ed economica). Il carattere speciale della legge (del 1935) concernente i rapporti di condominio sulla proprietà separata per piani si ritrova lucidamente evidenziato sia nella giurisprudenza di legittimità e di merito succedutasi dal 1935 al 1948 (3), sia nella migliore dottrina del mentovato periodo (4). La dottrina posteriore ritiene abrogata la normativa in esame per effetto dell’introduzione del codice civile (5) senza mai tenere in debito conto la natura speciale della stessa.

Ebbene, il consolidato indirizzo di legittimità teso a considerare abrogata la normativa antecedente non parrebbe rivelarsi, a nostro sommesso avviso, particolarmente persuasivo. Invero, gli effetti abroganti per la successione delle norme nel tempo possono concretizzarsi esclusivamente nei confronti di quelle fra esse che siano poste in posizione paritaria, prevalendo diversamente la norma della fonte superiore. Riguardo alle norme dello stesso grado le preleggi prevedono due tipologie abrogative (ex art. 15 disp. prel. c.c.): l’abrogazione espressa scaturente da una manifestazione di volontà orientata a caducare una normazione antecedente; e l’abrogazione tacita risultante dall’inconciliabilità della legge posteriore con la precedente nella stessa materia per la totale antiteticità dei due articolati legislativi; ovvero perché la nuova legge disciplina l’intera materia, seppure in maniera non del tutto incompatibile con la precedente; e ciò perché la regolamentazione di tutta la materia importando il connettersi delle singole disposizioni di cui essa si compone in un insieme armonico ed organico non consente l’intromissione di un altro distinto corpus normativo.

Sussiste, invece, un’eccezione al principio dell’abrogazione della normativa anteriore a causa dell’ingresso di una nuova quando la prima assume carattere speciale mentre la successiva è generale. Il brocardo legi speciali per generalem non derogatur esprime appunto la presunzione che, salvo espressa volontà contraria del legislatore, la normativa sopravvenuta, riguardando la generalità dei casi, non abbia inteso toccare quella dettata con riferimento a particolari fattispecie. In effetti, il criterio cronologico di prevalenza della legge successiva su quella antecedente non può applicarsi in presenza di due normazioni confliggenti disposte su piani ineguali dell’ordinamento: in tal caso dev’essere assolutamente preferita la normazione gerarchicamente sovraordinata indipendentemente dalla successione cronologica (6); l’articolato legislativo antecedente dev’essere quindi preferito quando abbia carattere di specialità (7). Si ritiene, pertanto, che la legge speciale emanata anteriormente non sia abrogata a causa della minore forza propria della legge posteriore di carattere generale. Naturalmente siffatto principio non dovrà applicarsi quando risulti esservi una contraria volontà del legislatore (8). Ne conseguirebbe che essendo la legge del 1935 contraddistinta dalla specialità e non sussistendo una disposizione abrogatoria espressa la stessa prevarrebbe sulle disposizioni del codice civile contenute nel titolo VII, capo II, intitolato «Del condominio negli edifici»; vale a dire che la normazione posteriore generale non assumerebbe vis abrogante verso quella anteriore a causa della delineata natura speciale.

Non può, quindi, sostenersi che la legge speciale in oggetto sia stata abrogata tacitamente (od implicitamente) in quanto ciò può avvenire, secondo accreditata giurisprudenza, solo ad opera di altra legge speciale successiva che abbia lo stesso oggetto nel quale venga compreso quello della prima legge speciale (9). La giurisprudenza ha, infatti, chiarito che una norma speciale non è mai suscettibile di abrogazione tacita in conseguenza del sopravvenire di una nuova disciplina generale della materia (10). Né tantomeno potrebbe configurarsi la riproduzione della legislazione – fenomeno che si verifica quando una normazione viene integralmente trasfusa in un provvedimento legislativo posteriore – perché non tutte le disposizioni della legge del 1935 sono state trasferite nella disciplina successiva; si ricordano, per mera esemplificazione, solo alcune disposizioni della normativa speciale non riversate nella disciplina codicistica: il principio della comunione parziaria di beni costitutivi dell’edificio (art. 5, comma 1); il diritto per il condomino di ottenere il rimborso delle spese sostenute – sebbene non urgenti ed indifferibili – per la conservazione dell’edificio (art. 11, comma 1); l’obbligo per l’ente condominio di contrarre polizza assicurativa contro i rischi derivanti da incendio, etc. (art. 13, comma 2); la previsione di un organo consultivo – il consiglio di condominio – istituito sia per coadiuvare l’amministratore e per controllarne l’operato, sia per conciliare eventuali vertenze insorgenti fra condòmini (art. 16, comma 4); il dovere per l’amministratore di «dirimere le eventuali controversie fra i condomini, ove non esista il consiglio di amministrazione» (art. 18, punto d); la competenza esclusiva del tribunale per la nomina del curatore speciale quando il condominio sia privo di legale rappresentanza (art. 22, comma 1); il quorum necessario per la regolare costituzione dell’assemblea: presenza di «tanti condomini che rappresentano i due terzi del valore dell’edificio comune e almeno la metà dei partecipanti del condominio» (art. 24, comma 1); la speciale competenza del tribunale per ricorrere contro i deliberati assembleari lesivi dei diritti dei partecipanti al condominio (art. 26, comma 3); il potere di impugnare gli atti deliberativi assembleari nel termine di un anno (dalla data della deliberazione) per i dissenzienti e (dalla data della notifica) per gli assenti (art. 26, comma 4); etc. (11). Peraltro anche a voler condividere l’assunto di legittimità incline a considerare riprodotta la normativa pregressa in quella codicistica, deve rilevarsi che la legge speciale antecedente «non risulta abrogata, pur risultandone novata (e cioè sostituita) la fonte» (12).

Negli anni che seguirono l’emanazione del codice civile la legislazione de qua venne considerata da alcuni giuristi ancora in vigore. Oltremodo significative, al riguardo, sono le considerazioni del Peretti Griva (13), il quale intuì che la normativa sul condominio di case non doveva intendersi abrogata dagli art. 1117-1139 del codice civile e dagli art. 61-72 disp. att. c.c.: «alcuni suoi articoli – affermò il chiaro Autore – rimangono tuttora in vigore, essendo stato seguito il criterio di inserire nel codice soltanto alcune norme fondamentali lasciando alla legge speciale la regolamentazione di tutta la materia». Avremmo ragione di presumere che l’Autore abbia inteso sostenere la possibile (co)vigenza di entrambe le discipline condominiali: quella contenuta nella legge generale (codice civile del 1942), che detta le linee fondamentali, e quella racchiusa nella legge speciale (legge del 1935), effettiva ordinatrice della materia. Nondimeno, a ben vedere, ponendo in raffronto le due normazioni alcuni articolati si appalesano manifestamente confliggenti; altri ancora, presenti nella legge antecedente, non compaiono riprodotti nella normazione successiva. Ne discende l’incompatibilità dei due dettati normativi limitatamente a taluni disposti.

Nemmeno deve sottacersi che nell’edizione de I quattro codici – pubblicata nel 1963 (14) – all’art. 1137 c.c. (ricadente sotto la rubrica «Impugnativa delle deliberazioni dell’assemblea») e, più precisamente, alla fine del passaggio «… ogni condomino dissenziente può ricorrere all’autorità giudiziaria...», appare segnalata, a piè di pagina, la seguente nota di richiamo: «Al Tribunale o anche al Pretore nei luoghi in cui non risieda il Tribunale (art. 26, r.d.l. 15 gennaio 1934 n. 56)». Ne emerge l’inclinazione a considerare ancora sopravvivente la normativa speciale sui rapporti di condominio con evidente riguardo alla esclusiva competenza del tribunale; rileviamo, inoltre, che l’edizione è aggiornata al maggio del 1963 e due anni prima la Corte di legittimità (15) aveva ritenuto abrogata la normativa precedente (in effetti la Suprema Corte asserì che poiché sono state trasferite nel codice civile «quasi tutte le disposizioni del r.d.l. n. 56 del 1934 (…), a norma dell’art. 15 delle preleggi deve ritenersi abrogata ogni norma che non sia stata inserita nella nuova disciplina dell’istituto. Pertanto non può più considerarsi in vigore la regola relativa alla speciale competenza del tribunale, già contenuta nell’art. 26 del predetto decreto ma non riprodotta nell’art. 1137 c.c. (…)». In sostanza l’art. 1137 c.c. nel consentire il ricorso all’autorità giudiziaria per le impugnative delle delibere assembleari non ha nulla predisposto in merito ad una riserva di competenza esclusiva del tribunale a conoscere di tale impugnazione; ragion per cui, nel silenzio di detta norma, la competenza dell’autorità giudiziaria – ex art. 1137 c.c. – è determinata dalla normativa processuale in tema di competenza). Non è, infine, superfluo rilevare che i giudici di merito sollecitati a decidere sulle impugnazioni dei deliberati assembleari affetti da multiformi elementi vizianti (particolarmente nullità ed annullabilità) raramente rilevano ex officio l’incompetenza per materia; non parrebbe fuori luogo presumere l’esistenza di una latente tendenza della magistratura di merito a reputare nient’affatto caducato l’art. 26 della legislazione antecedente (attributivo della competenza esclusiva ai tribunali per le impugnazioni dei verbali di assemblee condominiali ritenuti lesivi dei diritti).

Sulla scorta delle riflessioni esposte non ci sembra irragionevole affermare che la legge speciale del 1935 sopravviva esplicando tutta la sua efficacia. L’impropria assimilazione di tale corpus normativo ad una legge generale ha indotto a credere che la legge successiva abbia abrogato tacitamente – per effetto dell’art. 15 delle preleggi – la precedente in presenza del ridisciplinamento della materia. A nostro modesto parere i rapporti di condominio dovrebbero essere regolati dalla legge speciale (e, perciò, prevalente) del 1935 mentre, per quanto attiene alla disciplina generale successiva, dovrebbero considerarsi in vita – e, quindi, coesistere con l’articolato legislativo previgente – le sole disposizioni che non si pongano in rapporto di incompatibilità.

– N o t e –

(*) Contributo pubblicato in Giustizia civile, 1999, 10, 413, Giuffrè

(1) Si veda, in extenso, Cass. 26 gennaio 1982 n. 510, in questa Rivista 1983, I, 265; cfr. altresì Cass. 8 giugno 1984 n. 3456; Cass. 16 novembre 1992 n. 12281, in Arch. loc. 1993, 276; Cass. 6 aprile 1995 n. 4009. Non sembrano riscontrarsi precedenti più recenti in termini.

(2) In effetti i fattori che concorsero al riconoscimento legislativo della proprietà separata per piani andarono imperniandosi attorno all’impellente necessità di alloggi a causa delle distruzioni belliche, al diffuso fenomeno dell’urbanesimo, alla crescita demografica ed all’esiguità delle disposizioni in materia di condominio (artt. 562, 563 e 564 c.c. 1865) contemplate nella legislazione codicistica previgente.

(3) Cfr., ex plurimis, Cass. 12 maggio 1939; App. Genova 31 marzo 1939, in Giur. it., 1939, 209; App. Torino 14 dicembre 1946, in Rep. gen. 1947, 499. Deve rilevarsi che il carattere della specialità normativa è desumibile anche attraverso la sua peculiare forma produttiva: il (regio) decreto-legge.

(4) V., ex aliis, Castelli-Avolio, Il condominio delle case. Lineamenti fondamentali dello istituto secondo il d.l. 15/1/34 n. 56, e la legge di conversione 10/1/35 n. 8, Napoli 1936, 53; Peretti Griva, Condominio di case divise per piani, in Nss. D.I., III, Torino 1938, 911; Butera, Codice civile italiano commentato, II, Torino 1941, 336; Peretti Griva, Il condominio di case divise in parti, Torino 1942; Id., Manuale della pratica civile, Torino 1948, 440.

(5) Cfr. Rizzi, Il condominio negli edifici, Bari 1956, 4; Visco, Problemi giuridici attuali sul condominio di edifici, Milano 1966, 234; Greco, Della proprietà, in Commentario del codice civile, Torino 1968, 148.

(6) Ciò è rimarcato efficacemente da Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, I, Padova 1975, 367; Barile, Istituzioni di diritto pubblico, Padova 1978, 60; Cendon, Commentario al codice civile, I, Torino 1991, 74; Sandulli, Legge, in Nss. D.I., IX, Torino 1991, 651.

(7) V. in tali termini Cass. 9 dicembre 1960 n. 3212.

(8) In tali sensi cfr. C. cost. 19 febbraio 1976 n. 29, in questa Rivista 1976, III, 135; Cass. 20 luglio 1991 n. 8090.

(9) Sul tema cfr., fra le altre, Cass. 25 luglio 1992 n. 8975, in questa Rivista 1993, I, 1885; C. Conti 27 luglio 1994 n. 53, Cons. St. 1994, II, 1716.

(10) Si vedano, esplicitamente, Cass. 3 maggio 1984 n. 2687, in Rass. Avv. Stato 1984, I, 497, Cass. 6 marzo 1985 n. 1861; Cass. 22 dicembre 1986 n. 7836.

(11) Basile, Regime condominiale ed esigenze abitative, Milano 1979, 26, rammenta che «al momento di redigere il nuovo codice civile si presenta il problema se la normativa già emanata debba esservi inserita oppure debba restare nella legge speciale. Prevalso l’orientamento che le norme fondamentali in materia debbano essere incluse nel codice lasciando nelle leggi speciali quelle di carattere secondario, si sceglie la prima strada (…)».

(12) Sandulli, op. cit..

(13) Peretti Griva, Manuale, cit., 440.

(14) Franchi, Feroci, Ferrari (curatori), I quattro codici, Milano 1963, 184 (art. 1137 c.c.).

(15) Cass. 20 aprile 1961 n. 875, in Foro it. 1961, 210.

ASPETTI PRIVATISTICI E PUBBLICISTICI NELLE PARTECIPANZE AGRARIE EMILIANE

– FULVIO PIRONTI –

Sommario: 1. Cenni sulle origini delle partecipanze agrarie emiliane. – 2. Duplice natura giuridica delle partecipanze. – 3. Aspetti pubblicistici: vigilanza e controllo pubblico sugli atti deliberativi adottati dalle partecipanze; potestà impositiva. – 4. Aspetti privatistici: inquadramento delle partecipanze nella comunione germanica; inapplicabilità della comunione ordinaria. (*)

1. Cenni sulle origini delle partecipanze agrarie emiliane

Le partecipanze agrarie suscitano particolare interesse non solo per il rilievo estrinsecato nell’economia (1) e nella storia della regione emiliana dove esse si sono originate e sviluppate, ma anche per quanto attiene al particolarissimo inquadramento giuridico. Dense di implicazioni storiche e sociali, esse concretizzano una delle ultime forme di proprietà collettiva medievale. Fondano la propria esistenza sulla gestione terriera retta da un regime solidale che lega determinati gruppi a un preciso àmbito territoriale. Seguendo immutate regole secolari il patrimonio fondiario collettivo viene periodicamente ripartito tra i discendenti legittimi degli antichi nuclei familiari.

Per comprendere appieno le origini delle partecipanze è necessario soffermare brevemente l’attenzione sugli usi civici. Una delle maggiori limitazioni alla proprietà privata tramandataci dall’ordinamento feudale è rappresentata dai c.d. «usi civici». Il clima storico era adatto: aldilà della proprietà allodiale generalmente situata in vicinanza dell’abitato esistevano vasti territori incolti e boschivi: fondi terrieri che le comunità consideravano comuni su cui pretendevano di esercitare un diritto inalienabile ed imprescrittibile. I giuristi partenopei li definivano come una riserva sociale ne cives vitam inermen ducant in quei territori dove ampiamente si esercitavano i diritti del signore: invero, se si voleva attrarre la popolazione nel feudo e allargare la cerchia dei vassalli «non potevansi togliere quegli usi di far legna, far pascere il bestiame, raccogliere la frutta, che esercitati già da remoti tempi prima della infeudazione, rappresentavano insieme un diritto della popolazione e una necessità per la sussistenza di essa» (2).

Al principio dell’esistenza degli usi civici sui demanii feudali venne attribuito considerevole importanza, tant’è che la commissione feudale elaborò la seguente massima: «tutti i feudi sono soggetti agli usi civici» (3). Gli usi civici (4) erano esercitati in forme di varia intensità: sicché da quelli che erano ristretti al bisogno personale dell’utente (usi civici essenziali) si perviene a quelli che assorbivano completamente le potenzialità economiche del bene (usi civici utili e dominicali). Riguardo al territorio su cui venivano esercitati, si devono tenere distinti i veri e propri diritti di uso civico dai c.d. «diritti promiscui»: i primi si facevano valere entro la circoscrizione della propria comunità (o del feudo) mentre i secondi all’infuori di esso. Ma una classificazione più interessante di queste forme di comunioni tiene in considerazione l’appartenenza dei beni soggetti all’uso civico; se, cioè, siano in proprietà (o meno) dell’ente di cui l’utente fa parte: nel caso affermativo abbiamo l’ampia categoria delle comunioni collettive scindibili, riguardo al soggetto, in due specie a seconda che al godimento partecipino tutti i cittadini del comune o della frazione (demanii comunali) oppure solo una determinata categoria di persone (famiglie originarie o ereditarie). Quest’ultima distinzione si impose al sorgere del comune come persona giuridica a sé (5).

Gli antichi beni di godimento collettivo (l’almende, la marca) o divennero demanii o patrimoni del comune o, ancora, restarono nelle mani degli antichi utenti i quali costituirono un ente distinto accanto al comune (vicinia, comunanza, partecipanza). Su cinquecentotredici dominii collettivi nelle province ex pontificie gli enti composti dai soli originari erano centotredici. In questo vasto fenomeno – e precisamente nella categoria dei dominii collettivi ristretti ad una determinata classe di persone – sembrerebbero prima facie rientrare anche le partecipanze agrarie emiliane. Il godimento dei beni in (com)proprietà circoscritta ad una determinata categoria di persone (discendenti da famiglie originarie) rappresenta il comune denominatore caratteriale delle partecipanze emiliane in raffronto con tutti gli altri (semmai omonimi) dominii collettivi. Ma dove le differenze evidenziano una marcata e nitida separazione, è riguardo all’origine e all’oggetto delle stesse.

Le colonizzazioni intraprese dall’abate di Nonantola (proseguite a proprio vantaggio dal vescovo bolognese) mirarono alla redenzione delle terre che giacevano in grande estensione incolte e paludose e, nel contempo, incrementarono la sfera di influenza del dominus: ma l’esser raggiunto troppo tardi, in alcuna parte di essa, stabilì condizioni di coltura, non permise l’evoluzione naturale verso l’allodio e fece sì che per questa parte si perpetuassero le iniziali necessarie distribuzioni di terre. Questa, in buona sostanza, è l’origine dei beni di proprietà delle partecipanze. Usi civici su di esse non vi sono mai stati; se anche vi furono debbono farsi risalire nei tempi più remoti quando si era ancora all’inizio della poderosa opera bonificatrice.

Gli usi civici sono intimamente legati all’economia del feudo e da esso traggono origine mentre le partecipanze derivano da concessioni feudali ad meliorandum e si mantengono per una peculiare evoluzione storica. Sicché il fenomeno delle partecipanze agrarie emiliane avviene, a nostro parere, in senso inverso rispetto a ogni altra comunanza o vicinia, a ogni altro dominio collettivo ristretto in una determinata cerchia di utenti. Quelle si originano da concessioni feudali rivolte a rendere la terra fruttifera (6), questi dagli usi civici: quelle sono il comune, questi invece ne divergono e se ne distaccano alle origini.

Le partecipanze emiliane sono le uniche che possiedono terreni disboscati e bonificati atti alla migliore coltura agraria; tutti gli altri dominii collettivi possedevano terreni boschivi o pascolivi (o, al più, terreni in cui la pastorizia poteva essere congiunta alla semina). Per questi si è sostenuto che «hanno dato la più evidente dimostrazione della loro inettitudine, condannando irremissibilmente un vano tentativo di collettivismo agrario» (7) avendo mantenuto fino ai giorni nostri il primitivo misero sfruttamento; le partecipanze agrarie emiliane, invece, hanno l’alto merito di aver trasformato terreni acquitrinosi in floride pianure.

2. Duplice natura giuridica delle partecipanze

Anzitutto deve rilevarsi che le partecipanze non possono essere confinate esclusivamente nell’àmbito del diritto privato; invero nella vita di tali enti si riscontra anche il concetto dell’interesse pubblico (dell’utilità comune a favore delle generazioni presenti e future) (8). Per conseguire risultati attendibili e inquadrare correttamente tale istituto è necessario percorrere vie alquanto diverse. Va osservato, poi, che la legge ha riconosciuto la personalità giuridica alle partecipanze e al particolare ordinamento lasciando agli statuti di definirne l’autonomia organizzativa interna. Sono, dunque, enti morali che possiedono in proprio ed hanno vita e patrimonio distinto da quello dei loro membri. Questa asserzione – che non è altro che la naturale conseguenza dei principii estrinsecati dalla legge del 1894 – si evince anche dalla storia delle partecipanze. Il patrimonio fondiario collettivo fu nei secoli intestato alla comunità non, invece, alla sommatoria dei partecipi: e dalla comunità stessa, in nome proprio, sempre detenuti.

La comunità investita dei beni era la stessa comunità politico-amministrativa chiusa nella cerchia dei suoi membri discendenti dagli originari del luogo. Essa (comunità) ha una sua propria personalità che non può venir meno neppure quando, caduto il comune antico, si sostituisce quello amministrativo moderno. Il primo non scompare del tutto: mentre perde tutti i suoi attributi politici ed amministrativi preserva, tuttavia, intatta la proprietà dei suoi beni divisibili: in altre parole la partecipanza non è altro che la prosecuzione del comune chiuso. Essa è un’entità già delineata nella sua costituzione che le leggi non fanno che riconoscere. Invero, la normazione – rinviando agli statuti particolari – non fa che recepire quelle norme (non scritte) che si sono formate e corroborate attraverso una lenta sedimentazione delle consuetudini. Insomma, la partecipanza è stata sempre una persona giuridica e, come tale, proprietaria di beni divisibili; essa ha una propria destinazione riconosciuta da molteplici atti giuridici prima e dall’ordinamento legislativo poi; quest’ultimo non ha mutato la sostanza: ha semplicemente normato il diritto consuetudinario preesistente (9). Tuttavia, ci pare che la disciplina delle partecipanze poggi prevalentemente sulle disposizioni statutarie. E qualora gli enti non regolino inusitate ed impreviste fattispecie si dovrà ricorrere ai precedenti tradizionali, agli atti d’ufficio, alle consuetudini di altre partecipanze e, naturalmente, alle disposizioni legislative vigenti.

Sono, quindi, corporazioni di natura istituzionale costituite da una collettività di persone; hanno un distinto patrimonio e scopi determinati che i partecipi non possono modificare. La loro destinazione è chiara se se ne segue la storia: i beni della collettività debbono rimanere in seno ad essa e a favore di essa. Solo i discendenti di chi tali beni ha ottenuto hanno diritto di governo. Ci sembra di poter ritenere che la legge abbia inteso riconoscere nelle partecipanze delle vere e proprie entità corporative. L’esame storico permette di asserire che le stesse presentano (tuttora) una duplicità di elementi: ius publicum e ius privatum.

3. Aspetti pubblicistici: vigilanza e controllo pubblico sugli atti deliberativi adottati dalle partecipanze; potestà impositiva

I rapporti giuridici che traggono origine da quelle corporazioni emiliane denominate partecipanze appartengono anche alla sfera del diritto pubblico poiché in esse risulta dimostrato l’interesse collettivo. Nelle stesse, come del resto in tutti gli enti di natura pubblica, sono assenti finalità lucrative: esse sfruttano la loro proprietà a favore delle vaste categorie degli utenti realizzando un fine altruistico. Stabilita l’esistenza di tale connotazione altruistica, la dottrina amministrativa insegna che per riconoscere se un ente è pubblico è necessario constatare se sia dotato di quelle prerogative che sono esclusive dello Stato (10).

È necessario, in altri termini, accertare se concorrono uno o più dei seguenti elementi: la creazione dell’ente da parte dell’autorità statale; la concessione della potestà di imperio; i controlli speciali da parte di pubblici organismi. Quanto alla creazione dell’ente ad iniziativa statale, può affermarsi che la legge del 1894 non ha istituito le partecipanze ma, come ribadito poc’anzi, le ha soltanto riconosciute. Tale legislazione testimonia l’importanza del fenomeno che si voleva tutelare. Un tipico potere di imperio si ravvisa nella potestà impositiva tributaria con riguardo ad una data categoria di persone. Per gli effetti della legge del 1894 le partecipanze possono non solo imporre ai loro membri dei contributi sociali, ma godere il privilegio di poterli riscuotere in forza di norme speciali dirette per l’esazione dei contributi: ciò fuga ogni dubbiezza circa il carattere pubblico di tali enti. Omettendo di addentrarci in defatiganti digressioni particolaristiche, possiamo senz’altro ritenere che tali enti vanno inquadrati non solo nell’àmbito privatistico, ma anche in quello pubblicistico poiché vengono sottoposti ad un penetrante controllo da parte di autorità pubbliche (11).

Le considerazioni che precedono ci inducono ad affermare che esse sono persone giuridiche a base corporativa. Storicamente il solo ente fu investito e si dimostrò proprietario dei beni divisibili. Esso è soggettivamente tutta la classe partecipante (attuale e futura) mentre oggettivamente trova il suo contenuto patrimoniale nelle stesse proprietà terriere. Ecco perché in realtà non si può parlare di una mera comunione dei partecipanti attuali: solo l’ente è il titolare dei beni divisibili ed è il solo che può disporne. Tutte le principali caratteristiche delle partecipanze quali enti agrari sono ribadite negli statuti in cui in varia guisa stabiliscono che esse perseguono il bene economico e morale degli utenti, la conservazione e il miglioramento progressivo dei terreni nonché la graduale trasformazione delle terre coltivate in forme intensive e razionali.

Si è appena rilevato che la categoria dei partecipanti (attuale e futura) rappresenta l’elemento soggettivo dell’ente stesso. La condizione giuridica degli attuali partecipi è invece completamente diversa in quanto l’elemento corporativo presente non assume nessuna speciale figura giuridica. Poiché la partecipanza deve destinare, quale ente munito di specifiche finalità altruistiche, i propri beni al godimento della classe partecipante il singolo utente ha verso l’ente un diritto di credito proporzionato all’entità del patrimonio dell’ente medesimo e al numero dei partecipanti. Partecipante è una qualità che si acquista originariamente con la nascita; è un diritto personalissimo inerente lo stato familiare del soggetto inalienabile, intrasmissibile ed imprescrittibile. La qualità di partecipante in quanto inerente alla persona non può venire sospesa o interrotta; della sola perceptio fructorum, che afferisce al rapporto patrimoniale, il partecipante può venire privato per vari motivi (ad esempio: la perdita della cittadinanza italiana o, ancora, lo stato di interdizione legale per condanna penale).

L’iscrizione è una necessità pratica in base alla quale si può stabilire il numero esatto degli utenti. Tutti coloro che possiedono la qualità di partecipante hanno diritto di iscriversi anche se in un secondo tempo sarà eventualmente negata la partecipazione alla divisione per mancanza di un requisito richiesto (come può essere quello della residenza). Ogni partecipante soggiace all’obbligo dell’incolato (12), cioè della residenza ed abitazione ininterrotta nel territorio del comune ove ha sede la partecipanza. La giustificazione di tale istituto si deve ricercare principalmente nel fatto che l’entità trova il suo fondamento e la sua ragion d’essere nelle concessioni feudali, da esse ripete le origini e i caratteri peculiari: nelle concessioni ad meliorandum dei terreni è implicito che esse debbono esclusivamente dirigersi alle persone abitanti in loco. L’incolato quindi non può, avendo radici storiche molto profonde, venire abolito; la perceptio fructorum deve essere subordinata a tale specifica condizione.

Ogni partecipante ha, naturalmente, un diritto sulla quota che gli spetta e che gli viene materialmente assegnata (13): il rapporto che lega l’utente alla quota è senz’altro di carattere reale che è possibile far valere erga omnes. Tale diritto investe tutte le possibilità economiche della res, non il solo necessario a favore del titolare e della famiglia. Il passaggio del diritto di credito che l’utente ha nei riguardi della partecipanza a tale diritto reale appare netto nelle partecipanze che usano consegnare ai loro membri, dopo l’estrazione pubblica, la c.d. «cedola di possesso»; cioè il documento che descrive la quota assegnata. Gli statuti di tali partecipanze dispongono che soltanto dopo la consegna di tale carta il partecipante può liberamente disporre della sua quota: in altri termini, il diritto reale viene acquistato nell’istante in cui è consegnata la cedola che è un mezzo di tradizione vero e proprio (14). Il partecipante che gode del fondo assegnatogli deve pagare annualmente un contributo all’ente partecipanza perché fronteggi tutti gli oneri fiscali che gravano la proprietà collettiva e sopperisca alle spese che l’azienda deve sostenere.

4. Aspetti privatistici: inquadramento delle partecipanze nella comunione germanica; inapplicabilità della comunione ordinaria

Pur rilevando che le partecipanze emiliane si fondano anche su un sistema privatistico, tuttavia esse non possono ricondursi nel regime della comunione ordinaria prevista dalle vigenti disposizioni codicistiche; ci pare, invece, che la loro natura affondi le radici nella comunione di derivazione germanica (senza quote o a mani riunite) (15). In essa prevale l’elemento corporativo e l’indivisione perpetua (16) per il raggiungimento di uno scopo comune. I beni appartengono alla collettività considerata soggetto plurimo. Tale forma di comunione trae origine nell’esistenza di gruppi legati da determinati vincoli su una data res. L’oggetto appartiene integralmente alla comunione intesa nella titolarità e non come sommatoria dei suoi componenti. In tale figura (com)proprietaria l’indivisibilità è prescritta dall’ordinamento del gruppo; tuttavia tale carattere non esclude un parziale godimento di ciascun partecipe: può esservi, perciò, una misura di spettanza del godimento atta a designare soltanto la posizione interna del partecipe (nei rapporti con il gruppo); i partecipi ne hanno il godimento secondo disposizioni statutarie minuziose che giungono a prevedere rotazioni turnative; tuttavia non concreta una quota nel senso previsto dalle norme codicizie in tema di comunione (ex art. 1100 – 1116 c.c.). Ciò perché il vigente ius communionis è la riproduzione del condominio romano in cui predominano l’elemento individuale e il carattere transeunte.

La struttura delle partecipanze agrarie non trae il proprio fondamento dal modello della communio iuris romani (madre della comunione moderna) ma dalla communio iuris germanici (o a mani riunite). In tale forma di comunione prevalgono l’elemento corporativo e l’indivisione perpetua cosicché i beni appartengono in solido alla collettività considerata quale soggetto plurimo. Inoltre «la comunione è chiusa agli estranei per cui le modificazioni soggettive nella composizione della stessa possono verificarsi solo per successione nella qualità che è presupposto della partecipazione o per acquisto originario della qualità stessa» (17). Né va tralasciato di osservare che per la comunione di derivazione romanistica, accolta nel vigente ordinamento sostanziale, le delibere assembleari assunte in violazione di disposizioni normative o statutarie possono essere impugnate (ex art. 1109 c.c.) dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria dal partecipe che si ritenga leso introducendo un giudizio di natura squisitamente civile. Al contrario «gli atti adottati dalle partecipanze agrarie […] sono inviati in elenco al comitato regionale di controllo che può richiederne copia e annullare, in ogni tempo, gli atti illegittimi» (18) (il che concretizza senz’altro una procedura amministrativa) (19). Si consideri, inoltre, che nella comunione ordinaria l’art. 1111 c.c. prescrive lo scioglimento a semplice domanda di ciascun partecipante; il che appare senz’altro inapplicabile nel modello di comunione germanica adottato per le partecipanze in quanto vincolate da indivisione perpetua. Mancando la quota la comunione non può essere soggetta a scioglimento.

L’art. 1100 c.c. esclude, in maniera ancor più decisiva, l’applicabilità delle norme sulla comunione ordinaria alle partecipanze emiliane; secondo tale disposto «quando la proprietà […] spetta in comune a più persone, se il titolo o la legge non dispone diversamente, si applicano le norme seguenti». Ebbene nel caso delle partecipanze il titolo derogatorio delle disposizioni codicizie – peraltro preesistente al 1942 (anno in cui entrò in vigore l’attuale disciplina civilistica) – è senz’altro rappresentato dalla regolamentazione statutaria dell’ente.

Tracciate le linee generali della comunione germanica, vediamo come è stata recepita negli ordinamenti statutari. In proposito è interessante notare come, ad esempio, lo statuto della partecipanza centese prescriva che «scopo dell’istituzione è il bonificamento progressivo dei terreni di proprietà dell’Ente mediante il lavoro indipendente e libero del possessore usufruttuario» (20). La formulazione è alquanto illuminante: la dicitura «terreni di proprietà dell’ente» tratteggia con estrema limpidità che quest’ultimo è l’unico legittimo proprietario dei terreni e non, invece, i singoli comunisti o la sommatoria di essi. Il che sembra trovi ampia conferma nella dicitura «possessore usufruttuario» in quanto volta a dimostrare che il singolo partecipe non esercita un diritto di proprietà (né sulla totalità dei possedimenti, né sul fondo concessogli mediante divisione turnativa) bensì un particolare diritto di credito all’assegnazione (e conseguente coltivazione) di una parte dell’intero tenimento comune. Di qui i lemmi «possessore» (perché eserciterà il diritto di possesso ininterrottamente per un rilevante lasso temporale sul fondo assegnatogli di proprietà dell’ente) ed «usufruttuario» (perché percepirà i frutti derivanti dalla coltivazione dell’area attribuitagli a séguito di rotazione ventennale). In estrema sintesi è l’ente, dunque, che assorbe e riunisce l’astratto diritto di (com)proprietà di ciascun partecipante per poi distribuire ciclicamente l’utilizzo dei vari tenimenti. Sicché i partecipi hanno diritto di usufrutto (temporaneo) alla produttività della res assegnata: esso comprende il possesso della res, l’usus ed il fructus, ovvero il diritto di percepire i frutti; costituisce un diritto reale di godimento sulla cosa di cui altri – il nudo proprietario identificato nell’ente – ha la proprietà. A nostro parere tale strutturazione giuridica elimina in radice (o, quantomeno, comprime in misura considerevole) il connaturale tasso di litigiosità insito nelle comunioni (communio est mater rixarum).

Dalle considerazioni sinora svolte emerge in termini incontrovertibili che la natura giuridica delle partecipanze agrarie emiliane – dominii collettivi vincolati caratterizzati dall’obbligo dell’incolato e dalla ripartizione periodica delle terre tra i discendenti degli antichi originarii – involge un duplice aspetto: privatistico, perché la struttura giuridica appare costruita sul modello della comunione germanica, e al tempo stesso pubblicistico, perché assoggettate alla vigilanza di organismi pubblici e dotate di potestà impositiva; la struttura della partecipanza, poiché improntata a modelli tipici dell’amministrazione pubblica territoriale (con le relative forme di controlli), non lascerebbe dubbio alcuno sulla natura pubblicistica dell’ente (21). È quindi legittimo respingere quelle opinioni volte a confinare l’istituto esclusivamente nell’ambito pubblicistico o privatistico.

N o t e

(*) Contributo pubblicato nella rivista Giustizia civile, 2005, 4, 151, Giuffrè. Lo scritto riproduce, sia pure con alcune parziali modifiche, la Relazione alla IX Riunione scientifica organizzata dal Centro studi sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università degli studi di Trento sul tema «Avevano tutto e nulla possedevano», svoltasi nei giorni 6-7 novembre 2003 presso la sala conferenze della Facoltà di economia.

(1) Sebbene esuli dall’oggetto della presente indagine non possiamo omettere di registrare una recente inversione di tendenza i cui risultati, decisamente imprevisti e inimmaginabili, sono raccolti in un contributo sperimentale sociologico: Tonus, L’agricoltura e la partecipanza agraria di Cento. Il punto di vista degli agricoltori-partecipanti (Biblioteca del dipartimento di sociologia dell’Università degli studi di Bologna, relatore professor Everardo Minardi), 1997, ined. Contrariamente alle aspettative, l’analisi restituisce i seguenti aspetti: precisato che la crisi del settore agrario ha coinvolto anche la partecipanza, lo studio rileva che essa «si ritrova ad essere esclusivamente un ente proprietario che distribuisce terreno anziché essere un ente agrario che, come un tempo, distribuisce ricchezza favorendo anche lo sviluppo più complessivo della realtà centese». Di conseguenza «il partecipante subisce un senso di spaesamento, non riconosce più come suo il territorio che lo circonda e che ha plasmato con il lavoro suo e dei suoi avi. La partecipanza è vissuta come un ente che non gli appartiene più». I partecipi «si sentono lontani, separati dalla gestione dell’ente […]». Inoltre esso «distribuendo quel fazzoletto di terra non fa altro che peggiorare la situazione costringendo gli agricoltori-partecipanti a rimanere legati alla terra e a una vecchia idea di agricoltura».

(2) Testualmente Raffaglio, Diritti promiscui, demanii, usi civili, Milano 1915, 64.

(3) Raffaglio, op. cit., 64.

(4) Gli usi civici sono quei diritti originariamente concessi con atto formale (o per facta concludentia) da un dominus sulle terre infeudate e consistono nell’esercizio di modesti godimenti. Attribuiti in origine benevolentiae causa o quale ricompensa del lavoro di colonizzazione (sollecitato dallo stesso feudatario), gli usi civici vengono goduti collettivamente per soddisfare i primari bisogni esistenziali. Rappresentano sempre una limitazione al diritto di godimento delle utilitates del fondo che, altrimenti, sarebbero spettate tutte al suo proprietario. Le partecipanze, invece, raffigurano forme (com)proprietarie collettive fondate sulla periodica divisione dei tenimenti terrieri tra gli aventi diritto (primogeniti maschi discendenti delle originarie famiglie).

(5) Raffaglio, op. cit., 209.

(6) Le partecipanze agrarie emiliane risalgono all’azione bonificatrice e colonizzatrice esercitata dai feudatari (in ispecie dignitari ecclesiastici) timorosi di rimanere emarginati dal risorgere della vita commerciale ed industriale della città, dal cumularsi dei capitali mobiliari, dall’affermarsi dell’economia monetaria di fronte a quella naturale nonché dalle migrazioni rovinose dei coltivatori verso le città. In tal guisa si ebbero quelle grandi concessioni, quasi sempre in enfiteusi collettive, alle popolazioni da cui derivavano molti dominii collettivi nell’Italia settentrionale e centrale. Siffatte concessioni si svilupparono vieppiù nei secoli successivi.

Le sei partecipanze agrarie emiliane (Cento, Pieve di Cento, Nonantola, San Giovanni in Persiceto, Sant’Agata Bolognese e Villa Fontana) sono situate ai limiti dell’antico ducato longobardo di Persiceto (o, meglio, nella striscia della bassa pianura emiliana stretta fra Modena e Bologna). Dal frazionamento di questo ducato e dai conflitti che ne derivarono tra il comune di Bologna, il vescovo bolognese e l’abate di Nonantola – contrasti che rinfocolarono con la morte di Matilde di Canossa (1115) – si originarono le partecipanze agrarie, nate ab origine dall’interesse delle parti in lotta di crearsi milizie fedeli legate al feudatario dal vincolo economico.

Le concessioni enfiteutiche ad meliorandum (aventi ad oggetto terreni prevalentemente acquitrinosi e inabitati) sono documentate inequivocamente da vari atti tra cui quello redatto in data 4 novembre 1170 in località Persiceto: «ego quidam dominus Johannes Dei gratia Vescovus Sanctae Bononiensis Eccle siae […] do et concedo vobis Bernardo Amato e Raffredo Cavalco consulibus S. Jiohannis accipientibus pro vobis […] here dibus, prae sentibus et concsentientibus» (cui segue una nutrita lista di contraenti – o, più esattamente, la comunità beneficiaria della concessione – di San Giovanni in Persiceto). In un altro documento risalente all’anno 1308 vi è stabilito: «concessisse in praecarium ed emphitensim perpetuam dicto sindaco recipienti pro comuni et hominibus S. Johannis et heredibus eorum». Gli atti concessori attestano come i fondi terrieri fossero diretti alla comunità tutta. Esistono in tali concessioni alcune clausole: l’obbligo di corrispondere la decima dei frutti, il vincolo dell’«abitanza» per i membri della collettività (e loro eredi) e l’obbligo imposto ai consoli e ai massari di dividere immediatamente le terre tra tutti i membri della collettività. Grava sul feudatario l’impegno di non alienare i beni concessi alla comunità in enfiteusi. Questi elementi ricorrono in quasi tutti gli atti concessori.

(7) Così la Relazione ministeriale del Senato per la conversione in legge del r.d. 22 maggio 1924 n. 751.

(8) Per le dottrine privatistiche cfr., amplius, Marchi, Natura giuridica, vigilanza e tutela amministrativa dei dominii collettivi, in Riv. dir. pubbl., 1906, 172; v., altresì, Diozzi, La partecipanza agraria di Cento, Firenze 1939, 24, il quale aderisce all’opinione intesa a collocare nell’ambito civilistico la natura delle partecipanze agrarie. L’autore osserva che i documenti «vengono sottoscritti da tutti i singoli partecipanti, per far rilevare che essi intervengono singolarmente all’atto in questione».

(9) Rileva puntualmente Venzi, Manuale di diritto civile italiano, Torino 1934, 50 s., che «la consuetudine è la norma di diritto civile non scritta, ma osservata dal popolo per la convinzione che essa corrisponda ad una necessità giuridica». Essa – soggiunge – deve essere osservata «per il convincimento della sua necessità giuridica» e «deve aver una durata di tempo conveniente, e dev’esser costante, uniforme».

(10) Vitta, Diritto amministrativo, I, Milano 1933, 155 ss.; Diozzi, op. cit., 24 ss. riporta il pensiero del Frassoldati secondo il quale la partecipanza fu un ente giuridico pubblico; a sostegno di tale tesi porta un documento del 1570 in cui si rinviene che l’investitura concessa al massaro e ai sindaci veniva ricevuta nomine universitatis comunis ed hominum dictae terrae. Ci sembra, tuttavia, che in quel periodo non sussistesse una netta e chiara distinzione tra ambito pubblico e privato. Invero la realtà storica attesta come vi sia, invece, un’estrema commistione tra i concetti di pubblico e privato.

Per le partecipanze agrarie emiliane cfr., ex multis, Cassani, Le partecipanze agrarie di Cento e di Pieve, Bologna 1877; Mangilli, Le partecipanze di Cento e di Pieve, Bologna 1877; Franchini, Studi storici, critici, legali sulla partecipanza di Nonantola, Modena 1880; Valcavi, La partecipanza di Nonantola e la sua amministrazione, Modena 1887; Curis, In difesa della partecipanze agrarie emiliane in sede legislativa e contenziosa, Roma 1926; Frassoldati, Le partecipanze agrarie emiliane, Padova 1936; Solmi, Sulla natura giuridica delle società degli antichi originarii e delle partecipanze agrarie nel sistema della proprietà fondiaria dell’Italia superiore, in Studi storici sulla proprietà fondiaria nel Medio Evo, Roma 1937; Melega, Monografia sulle partecipanze agrarie emiliane, Bologna 1940; Diozzi, Riforme e nuovi indirizzi della partecipanza agraria di Cento, Ferrara 1942; Id., Aspetti storici, giuridici e sociali della partecipanza agraria di Cento, Ferrara 1952; Bernardi, La partecipanza agraria di Nonantola, Modena 1977; Casamassima, Le partecipanze e le università agrarie sono beni demaniali indisponibili perseguenti la soddisfazione di pubblici interessi (nota contraria a C. cost. 17 dicembre 1989 n. 526), in Giur. agr., 1989, 24; Regole, comune, partecipanze: storia ed attualità delle proprietà collettive rurali. Atti (Autori vari), Rovigo 1990; Andreoli, Le basi storico-giuridiche delle partecipanze emiliane, in Cheiron, 1991, 14; Arioti, Proprietà collettiva e riparto periodico dei terreni in una comunità della pianura bolognese: San Giovanni in Persiceto (secoli XVI-XVIII), in Quaderni storici, 1992; Terre e comunità nell’Italia padana. Il caso delle partecipanze agrarie emiliane: da beni comuni a beni collettivi a cura di Fregni, in Cheiron, 1992, n. 14-15; Galgano, Sulla natura giuridica delle partecipanze emiliane, in Riv. dir. agr., 1993, I, 179; Adversi, Villa Fontana. Cronistoria di una comunità e della sua partecipanza, San Giovanni in Persiceto 2001; Beltrami, Origini, natura giuridica e ragioni di sopravvivenza nelle partecipanze agrarie emiliane. Il caso della partecipanza agraria di Cento, Trento 2003; Pironti, Nuda proprietà della partecipanza agraria di Cento ed usufrutto dei partecipi, in Riv. dir. agr., in corso di pubblicazione.

(11) Talvolta i commissari regionali per la liquidazione degli usi civici e gli organi preposti alla vigilanza delle partecipanze (in precedenza la giunta provinciale amministrativa, il prefetto e il Ministero dell’agricoltura) hanno erroneamente assoggettato le stesse alla disciplina per gli usi civici mettendone a repentaglio l’esistenza. In ordine a tali problematiche ci permettiamo rinviare a Pironti, Pretesa autorizzazione ministeriale con riguardo all’alienazione dei beni della partecipanza agraria di Cento, in Riv. dir. agr., 2003, 482 ss.

(12) Istituto, questo, diffusamente approfondito da Volterra, Sull’istituto dell’incolato, in Temi emiliani, 1943, I, 222.

(13) Quanto all’identificazione del partecipe avente diritto alla divisione si rileva che il diritto spetta ai discendenti maschi delle originarie famiglie consorziate (v., ad esempio, art. 13 statuto della partecipanza centese). Tuttavia alcune partecipanze, come quella di Sant’Agata Bolognese e di Nonantola, si discostano parzialmente da tale principio: nella prima il diritto spetta anche alle donne che si uniscono in matrimonio con i membri della partecipanza; nella seconda il diritto è proprio anche delle donne.

(14) Tuttavia non tutte le partecipanze emiliane adottano l’indicato sistema di tradizione. Tant’è che secondo gli art. 14 e 97 degli statuti della partecipanze agrarie di Pieve di Cento e di Cento si deve ritenere che il diritto reale si acquisti nel momento in cui si chiudono i registri di iscrizione.

(15) Esattamente rileva Ferrara, Le persone giuridiche, Torino 1956, 71 ss. che le partecipanze sono «forme storiche di comunione di diritto germanico, assolutamente diverse dal condominio romano, in cui si ha un vincolo personale e patrimoniale indissolubile tra i partecipanti del gruppo; il bene è di tutti ma nessuno può vantare una parte per sé, non vi sono quote individuali, alienabili o trasmissibili agli eredi, ma ognuno del gruppo, ed in quanto esso rimane, gode insieme agli altri della cosa comune».

(16) Con bolla papale (emessa da Paolo II) si tentò di sopprimere le partecipanze agrarie. Venne decisa l’assegnazione permanente in proprietà esclusiva di ciascun partecipe la qual cosa valeva per definitiva estinzione dell’originaria comunione. Ne scaturì un’aspra polemica da cui si originarono una serie di controversie finché il cardinale legato Giuliano Della Rovere ordinò nel 1484 il ripristino dell’antico diritto consuetudinario.

(17) Con riguardo alla comunione «senza quote» (altrimenti definita «in mano comune» o, più semplicemente, «germanica») di derivazione germanica, cfr. Fragali, La comunione, in Trattato di diritto civile e commerciale diretto da Cicu e Messineo, XIII, t. I, Milano 1973, 112 ss.; Greco, Della proprietà, in Commentario del codice civile, III, Torino 1968, sub art. 1100, p. 16 s. Tale figura venne denominata anche comunione «a mani riunite» perché i comunisti erano plasticamente raffigurati in gruppi con le mani incrociate. Guarino, Comunione (diritto civile), in Enc. dir., VIII, Milano 1970, 234, sostiene, tuttavia, che tale figura di comunione non sia di origine germanica. Contra, nel senso di ritenere l’istituto di inequivoca origine germanica, Barassi, Proprietà e comproprietà, Milano 1951, 172 ss.

(18) L. rg. Em. Rom. 28 febbraio 1994 n. 10 (Modifiche ed integrazioni all’ordinamento dei controlli regionali sugli enti locali e sugli altri enti dipendenti dalla regione), art. 2. V. anche l. rg. Em. Rom. 12 dicembre 1985 n. 28 (Modificazioni e integrazioni alla l. rg. 27 febbraio 1974 n. 9, concernente il funzionamento dell’organo regionale di controllo e alla l. rg. 18 agosto 1984 n. 44, concernente il funzionamento delle strutture organizzative della regione), art. 6.

(19) Prima dell’istituzione dei comitati regionali il controllo sugli atti deliberativi assunti dalle partecipanze veniva esercitato dagli organi prefettizi. Ad esempio, lo statuto della partecipanza agraria di Cento prescriveva all’art. 81 che «nel termine di quindici giorni dal ricevimento della copia del verbale, il prefetto può, con decreto motivato da comunicarsi immediatamente all’amministrazione, pronunciare l’annullamento delle deliberazioni che siano state adottate in adunanza illegale o senza l’osservanza delle forme prescritte dal presente statuto, o se con esse siano state violate disposizioni di legge, o di regolamenti generali o locali, o del presente statuto. Decorso il termine anzidetto, senza che siasi provveduto all’annullamento, le deliberazioni diventano esecutive». La disposizione prevedeva, altresì, che «contro i provvedimenti del prefetto è ammesso ricorso gerarchico entro quindici giorni al ministero competente che decide definitivamente».

(20) Statuto della partecipanza agraria di Cento, art. 2, riformato in conformità del r.d. 26 febbraio 1928 n. 332, art. 59.

(21) Esclude la natura pubblicistica delle partecipanze agrarie emiliane Cass. 14 maggio 1987 n. 4443; cfr., altresì, Cons. Stato, 15 novembre 1982, secondo cui le partecipanze sono di indubbia ed esclusiva natura privatistica in quanto non possiedono le caratteristiche delle università agrarie delle province dell’ex Stato pontificio.

L’OBBLIGO FILIALE DI MANTENIMENTO DEI GENITORI IN UN RECENTE DISEGNO DI LEGGE

FULVIO  PIRONTI

Sommario: 1. L’obbligo filiale di mantenimento dei genitori secondo il vigente art. 315 c.c. − 2. Il disegno di legge Flammia (modificativo dell’art. 315 c.c.) quale riequilibratore di tutele nei rapporti familiari. − 3. Finalità, adempimento dell’obbligazione mantenitiva e proporzionalità contributiva. − 4. Necessità di introdurre nell’ordinamento una nuova fattispecie delittuosa: violazione degli obblighi filiali di mantenimento dei genitori. (*)

1. L’obbligo filiale di mantenimento dei genitori secondo il vigente art. 315 c.c.

Il 13 febbraio 2002 è stato depositato presso la presidenza del Senato della Repubblica disegno di legge volto ad emendare l’art. 315 c.c., disposto dettato in tema di diritto di famiglia. L’iniziativa legislativa è stata assunta dal senatore Angelo Flammia in qualità di primo firmatario cui sono susseguite le adesioni di trentadue parlamentari (1); il progetto normativo risulta essere stato assegnato all’esame della II Commissione Giustizia in sede referente in data 9 aprile 2002.

Per comprendere appieno la portata, peraltro fortemente innovativa, della proposta di legge è necessario riportarsi al vigente art. 315 c.c. (2). L’indicata disposizione − rubricata sotto il titolo «Doveri del figlio verso i genitori» − prescrive che il figlio «deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa». In buona sostanza, la prescrizione codicistica assoggetta − palesando un chiaro concetto di solidarietà familiare e sociale − ogni figlio al dovere di mantenimento verso i genitori quando il rapporto familiare trae fondamento dalla convivenza con i medesimi. Il fondamento del dovere contributivo va rintracciato nella solidarietà che lega persone tra le quali sussistono vincoli familiari.

L’obbligo mantenitivo si estingue nel momento in cui il figlio costituisce un proprio nucleo trasferendosi dall’originario agglomerato familiare (come, ad esempio, quando il medesimo decida di condurre la propria esistenza in forma single presso un autonomo domicilio o, al più, contragga matrimonio) cessando di coabitarvi. Il figlio che dismetta la convivenza con i genitori non soggiace più al vincolo di mantenimento dei medesimi, sibbene alla più contenuta prestazione alimentare prevista dall’art. 433 c.c. in forza del quale «all’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine: […] i figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi […]».

Nel vigente impianto del diritto di famiglia il dovere di solidarietà è imperniato, con riferimento agli obblighi scaturenti dalla mera condizione filiale, sugli artt. 315 (credito mantenitivo) e 433 c.c. (credito alimentare): invero, mentre il primo disposto sancisce l’obbligo di mantenimento dei figli verso i genitori purché conviventi con i medesimi, il secondo prevede la coobbligatorietà alimentare per i figli che abbiano cessato di convivervi. Al riguardo, si è osservato che il dovere di contribuzione filiale ex art. 315 c.c., assente nelle pregresse formulazioni codicistiche (3), «è oggi previsto con ogni probabilità anche allo scopo di attribuire ai figli un ruolo più responsabile e più attivo all’interno della famiglia» (4).

A ben vedere, si è passati da una legge morale scritta qual era quella di «rispettare» ed «onorare» la coppia genitoriale (ricomprendendone, sia pure implicitamente, i doveri di mantenimento) a quella di «rispettare» la medesima contribuendo al mantenimento finché si conviva con essa. Ci sembra, tuttavia, che il legislatore del 1975 nel riscrivere l’art. 315 c.c. non abbia innovato alcunché: ha inteso semplicemente focalizzare un aspetto del rispetto filiale, cioè la contribuzione economica al mantenimento del genitore.

Dunque, se è vero che ogni norma introdotta nell’ordinamento civile rappresenta il mutevole sentire della società e dei suoi costumi, i vigenti artt. 315 c.c. e 433 c.c. (rispettivamente afferenti agli obblighi filiali mantenitivi ed alimentari) denotano, a nostro sommesso avviso, un negletto atteggiarsi del legislatore a detrimento del genitore anziano poiché le tutele previste possono considerarsi esigue, disadatte ed incomplete.

Si consideri, poi, che i richiamati precetti dovrebbero essere scolpiti nella morale e nella coscienza di ogni figlio; averli normati e codificati se da un canto ha rappresentato un incontrovertibile segnale di certezza e progresso giuridico, dall’altro − va purtuttavia rilevato − ha registrato un penoso scadimento della solidarietà familiare e cristiana. È indubitabile che i predicati «rispettare» ed «onorare» sottendano e racchiudano il dovere di solidarietà dei figli verso la coppia genitoriale.

L’attuale quadro legislativo degli obblighi filiali mantenitivi (gravanti sui figli conviventi con i genitori) ed alimentari (gravanti sui figli non più conviventi con i genitori) evidenzia una netta sperequazione di tutele nei rapporti familiari. In effetti i doveri dei genitori verso i figli sono di gran lunga preponderanti di quelli previsti a carico dei figli verso i genitori. Ed in proposito non sembra rinvenirsi alcuna ragione giustificatrice.

2. Il disegno di legge Flammia (modificativo dell’art. 315 c.c.) quale riequilibratore di tutele nei rapporti familiari

Il disegno di legge in argomento trae spunto da una serie di miserevoli situazioni balzate all’attenzione delle cronache giornalistiche (5) e televisive riguardanti l’abbandono di genitori anziani. In proposito la relazione accompagnatoria al disegno normativo in esame restituisce un’amara verità: genitori anziani che versano «in cattive condizioni economiche e che soprattutto sono abbandonati. Anziani che sono abbandonati anche dai propri figli» (6).

Sebbene il testo legislativo non operi alcun distinguo e la ratio tragga, come emerge da un’attenta lettura della relazione accompagnatoria, senz’altro fondamento ed ispirazione dalla precaria condizione (economica e salutare) delle persone anziane, esso appare indirizzato a genitori di qualsiasi età.

Il disegno di legge Flammia et alteri si prefigge di accrescere e, soprattutto, innervare le tutele in favore della coppia genitoriale. L’istituto del mantenimento discende da un concetto di solidarietà familiare e sociale fondato sullo status familiae. Esso è volto all’integrazione nella medesima condizione economica e sociale delle persone legate dal rispettivo diritto ed obbligo. Chi è obbligato al mantenimento deve provvedere a tutte le occorrenze di vita di chi non ha redditi propri (o, pur possedendoli, non siano sufficientemente adeguati) in proporzione alle sue sostanze e possibilità.

La prestazione di mantenimento può anche prescindere da uno stato di indigenza, «ha un contenuto più ampio, non limitato ai bisogni della vita, ma esteso a tutti quei beni che una persona può legittimamente desiderare in relazione al tenore di vita della famiglia cui appartiene» (7) ed è, inoltre, volto «a rendere omogeneo lo standard di vita dei genitori» (8). Sebbene essa travalichi il mero diritto alimentare, è pur sempre posta a tutela di bisogni fondamentali della persona.

In buona sostanza, così come i genitori sono obbligati al mantenimento della prole fino al raggiungimento di un’indipendenza economica, così i figli saranno obbligati (sempreché sia necessario), al mantenimento dei genitori. La giustezza del nuovo congegno giuridico innesca, connotandosi di un chiaro tratto innovativo, un equo riequilibrio di tutele nell’àmbito dei rapporti familiari.

3. Finalità, adempimento dell’obbligazione mantenitiva e proporzionalità contributiva

Il 1° comma del nuovo testo sancisce che ogni figlio debba contribuire, convivente o meno nel nucleo familiare, al mantenimento dei genitori quando «vengano a trovarsi per una qualsiasi ragione in condizioni economiche disagiate»; l’obbligo di mantenimento include sia il «necessario per una decorosa esistenza dei genitori» sia «tutte le esigenze di vita dei medesimi indipendentemente dalla sussistenza di uno stato di bisogno».

In tale disposizione va colta la prima significativa differenza con il vigente testo e cioè che l’obbligo di mantenimento è dovuto dai figli senz’alcuna distinzione in ordine alla convivenza o meno con i genitori. L’obbligo filiale deve estendersi al più ampio dovere di mantenimento per permettere di affrontare una qualsiasi esigenza o necessità affinché i genitori possano condurre una dignitosa esistenza. Naturalmente la determinazione dell’assegno di mantenimento dovrà essere rapportata alla capacità contributiva del figlio ad esso obbligato. Il credito mantenitivo comprenderà il soddisfacimento di qualsiasi esigenza della vita (incluso, naturalmente, il diritto alla salute) in rispondenza alla condizione sociale del genitore.

Nella realtà potrà verificarsi che la capacità reddituale di un anziano genitore sia insufficiente a garantire appaganti e qualitative condizioni di vita: si pensi, ad esempio, a chi non riesce a corrispondere il cànone dell’abitazione condotta in locazione perché, come è noto, esoso; al genitore che debba sopportare considerevoli costi dentistici o ciclici soggiorni per cure termali; e, ancora, al genitore cronicamente impedito che non può permettersi di sopportare gli esorbitanti costi dell’assistenza domiciliare.

Va segnalato che una consistente fascia sociale, rappresentata prevalentemente da pensionati, rasenta la soglia della nuova indigenza. In effetti le erogazioni previdenziali sono pressoché inadatte a fronteggiare gli elevati costi di vita (specie per chi abita i grossi centri). In questi casi sarebbe improprio parlare di obbligazione alimentare: invero chi possiede un trattamento di quiescenza maturato dopo un regolare percorso lavorativo (o professionale) se da un canto non ha alcun diritto agli alimenti (perché appunto fruitore di pensione), dall’altro ha diritto al mantenimento ovvero a quell’integrazione reddituale della propria entrata tale da elevargli la qualità esistenziale.

Il 2° comma dispone che la contribuzione filiale oltre «a garantire una autonoma e dignitosa esistenza» può servire anche «a fronteggiare i costi per il soggiorno in idonee case di cura per anziani» i cui oneri economici graveranno «su ogni figlio in proporzione alle capacità patrimoniali o reddituali».

L’imposizione dell’obbligo contributivo di mantenimento risolve due rilevanti questioni: a) in primis la spinosa problematica riguardante i gravosi costi necessari per garantire l’assistenza al genitore in appropriate case di cura (sono una moltitudine gli anziani che, ancorché titolari di assegni pensionistici, non possono farvi fronte); b) prevede, similmente all’obbligazione alimentare, la ripartizione degli oneri scaturenti dall’adempimento dell’obbligo in funzione della proporzionale capacità reddituale e patrimoniale dei figli (nella pratica potrà verificarsi che tra i coobbligati soltanto uno sia in grado di provvedere al mantenimento sicché a suo carico potrà porsi l’intera obbligazione; la temporanea imposizione dell’obbligo mantenitivo a carico di uno solo dei debitori è operata con sentenza costitutiva; presupposti per la concessione di siffatto provvedimento saranno la raggiunta prova del disagio economico, la determinazione dell’entità dell’ausilio necessario nonché l’identificazione dei coobbligati).

Il 3° comma integra e perfeziona il precedente: esso legittima «il figlio che abbia adempiuto l’obbligo di mantenimento dei genitori anche per la quota facente carico ai fratelli […] ad agire in rivalsa nei confronti di questi per l’ottenimento del rimborso». Viene così prevista l’azione di rivalsa (o regresso) in favore del figlio che si sia reso adempiente nel soddisfare l’intera prestazione mantenitiva. Risponde senz’altro ad esigenze di giustizia legittimare ad un’azione di rivalsa chi abbia sopportato le prestazioni di mantenimento in favore del proprio genitore sobbarcandosi dei costi proporzionalmente spettanti ai restanti coobbligati. Può ritenersi che se a mantenere l’avente diritto sia stato un coobbligato, oltre il limite della sua quota, costui potrà, per il conseguimento di quanto dovuto, esercitare l’azione fondata sull’utile gestione. L’ultimo comma, infine, sancisce la parificazione dei «figli legittimati, riconosciuti o adottivi».

4. Necessità di introdurre nell’ordinamento una nuova fattispecie delittuosa: violazione degli obblighi filiali di mantenimento dei genitori

È chiaro che qualora la proposta normativa dovesse essere approvata dal Parlamento, sarà necessario normare − attraverso disposizioni legislative penali − la violazione dell’obbligo filiale di mantenimento (8). L’incriminazione tenderà a rafforzare l’obbligo civilistico.

La condotta tipica richiesta dalla ipotizzata previsione criminosa consisterebbe nel sottrarsi agli obblighi di mantenimento dovuti ai genitori (reato commissivo mediante omissione dove il soggetto agente cagiona un risultato antigiuridico per mezzo di un comportamento negativo).

Si configurerebbe tale fattispecie delittuosa solo nei casi nei quali sussistano, da un canto, il disagio economico del soggetto passivo avente diritto alla somministrazione mantenitiva e, dall’altro, la indubbia capacità economica dell’obbligato a fornirgliela. Naturalmente solo la prova certa della presenza di siffatta capacità potrà giustificare l’affermazione di responsabilità (viceversa non potrà configurarsi responsabilità penale quando l’obbligato sia economicamente incapace di provvedere).

Sarà sufficiente il dolo generico consistente nella volontà cosciente e libera di sottrarsi, senza giusta causa, agli obblighi nella consapevolezza del disagio economico (anche solo temporalmente limitato) in cui versa il soggetto passivo. Il reato avrà carattere permanente poiché il suo stato di consumazione si protrarrà per tutto il tempo in cui l’obbligato si è astenuto di adempiere al proprio dovere verso il genitore quando abbia la possibilità di adempierlo. Il delitto di violazione dell’obbligo filiale di mantenimento del genitore si consumerà nel luogo dell’illegittimo inadempimento dell’obbligo imposto dalla natura perché ivi appunto si verificherà l’evento e cioè la lesione dell’interesse mantenitivo protetto (9).

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(*) Contributo pubblicato nella rivista specialista Familia, 2005, 3, 479 ss. edita da Giuffrè

(1) Fra i trentadue parlamentari aderenti all’iniziativa legislativa assunta dal sen. Flammia balzano in evidenza i seguenti: sen. prof. Francesco Cossiga (costituzionalista e presidente emerito della Repubblica), sen. prof. Cesare Salvi (ordinario di diritto civile, vicepresidente del Senato ed ex ministro del lavoro e della previdenza), sen. dott. Alberto Maritati (magistrato di Cassazione, ex procuratore generale antimafia aggiunto e sottosegretario all’Interno) nonché sen. prof.ssa Ida Dentamaro (ordinario di diritto pubblico).

Il testo normativo reca altresì le adesioni dei seguenti senatori cofirmatari: Paolo Brutti, Bruno Dettori, Loredana De Petris, Aniello Formisano, Marcello Basso, Giuseppe Scalera, Aleandro Longhi, Elidio De Paoli, Pierluigi Castellani, Livio Togni, Angelo Muzio, Giovanni Vittorio Battafarano, Gianfranco Pagliarulo, Antonio Gaglione, Franco Chiusoli, Tino Bedin, Giovanni Brunale, Leopoldo Di Girolamo, Giuseppe Mascioni, Giancarlo Pasquini, Oskar Peterlini, Antonio Vicini, Egidio Enrico Pedrini, Emanuela Baio Dossi, Piero Di Siena, Vito Grosso, Giovanni Lorenzo Forcieri nonché Mario Gasbarri.

(2) Sull’obbligo filiale di contribuzione dei bisogni familiari previsto dall’art. 315 c.c. cfr., ex aliis, Falzea, Il dovere di contribuzione nel regime patrimoniale della famiglia, in Riv. dir. civ., 1977, I, p. 63 ss.; v., altresì, Bucciante, Persone e famiglia, in Trattato di diritto privato diretto da Rescigno, III, Torino, 1977, p. 595. In tema, tuttavia, non sembrano riscontrarsi recenti precedenti giurisprudenziali editi.

Con riguardo ai doveri morali e di rispetto v., ex multis, Ruscello, Il dovere di rispetto dei figli: doveri etici, rapporto familiare e obbligo di collaborazione, in Studium iuris, 1997, p. 895 ss.; Giorgianni, Commentario al diritto italiano della famiglia a cura di Cian, Oppo e Trabucchi, IV, sub art. 315, Padova, 1992, p. 316 ss., il quale rileva che l’obbligo di contribuzione insorge a carico del figlio non soltanto quando questi abbia ««redditi», ma anche «sostanze non fruttifere»; Id., Commentario alla riforma del diritto di famiglia a cura di Carraro, Oppo e Trabucchi, sub art. 315 c.c., IV, Padova, 1977, p. 750 ss.; Jemolo, Intorno al rispetto dei figli verso i genitori, in Giur. it., 1981, I, 1, c. 546; De Cupis, Il dovere di rispetto dei figli verso i genitori, in Riv. dir. civ., 1981, II, p. 271 s.; Ferri, Diritto al mantenimento e doveri dei figli, in Diritto di famiglia, Scritti in onore di Nicolò, Milano, 1982, p. 363 ss.

Sui lavori preparatori relativi all’art. 315 c.c. cfr. Finocchiaro, Diritto di famiglia. Commento sistematico della l. 19 maggio 1975, n. 151, Milano, 1984, p. 1970 ss.

(3) I previgenti artt. 220 c.c. (del 1865) e 315 c.c. (del 1942) si limitavano a prescrivere, in maniera pressoché identica, l’obbligo per il figlio di «onorare e rispettare i genitori» senza disporre alcunché in ordine al mantenimento. Tuttavia, a ben meditare, ci sembra che i pregressi legislatori abbiano voluto ricomprendere, sia pure nel silenzio delle norme e perciò in forma implicita, l’obbligo filiale contributivo in favore dei genitori mediante l’utilizzo dei più generali predicati «onorare» e «rispettare». Ciò in quanto «onorare» indica riverenza intesa a rimarcare prestigio morale (perciò incondizionata dimostrazione di stima ed ossequio) e «rispettare» indica riconoscere i diritti del merito e della dignità (ritenere degno di stima, perciò da non doversi violare, offendere o profanare). Ne discende che l’abbandono di un genitore nel disagio economico avrebbe senz’altro importato per la prole contegno disonorevole ed irrispettoso. In effetti peccherebbe decisamente di contraddittorietà onorare e rispettare un genitore lasciandolo, tuttavia, nella più bieca indigenza.

Al fine di comprendere l’esatta evoluzione dei richiamati disposti, ci piace trascriverli integralmente. Art. 220, 1° comma, c.c. 1865: «Il figlio, qualunque sia la sua età, deve onorare e rispettare i genitori»; art. 315, unico comma, c.c. 1942: «Il figlio, di qualunque età sia, deve onorare e rispettare i genitori»; art. 315 c.c. sostituito dall’art. 137 L. 19 maggio 1975, n. 151: «Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

(4) Ruscello, op. cit., p. 895 s.

(5) Si leggano, tra gli altri, per i casi di anziani genitori abbandonati nel più completo disagio economico e morale dai propri figli L’Unione Sarda (6 gennaio 2001), Il Giornale di Vicenza (10 giugno 2001), Il Giorno (5 ottobre 2000).

(6) Atti parlamentari, Senato della Repubblica, XIV Legislatura, Relazione al disegno di legge n. 1145 intitolato «Modifica dell’art. 315 del codice civile», d’iniziativa del sen. Angelo Flammia, p. 2. Per una compiuta informazione riportiamo di séguito il testo integrale del disegno di legge dianzi mentovato:
1. L’articolo 315 del codice civile è sostituito dal seguente:
«Art. 315 (Obbligo del figlio al mantenimento dei genitori)
Il figlio deve contribuire, indifferentemente se conviva o meno con i genitori, al mantenimento dei medesimi qualora vengano a trovarsi per una qualsiasi ragione in condizioni economiche disagiate; l’obbligo di mantenimento comprende non soltanto il necessario per una decorosa esistenza dei genitori ma altresì tutte le esigenze di vita dei medesimi indipendentemente dalla sussistenza di uno stato di bisogno.
L’obbligatorietà contributiva, finalizzata a garantire una autonoma e dignitosa esistenza o, eventualmente, a fronteggiare i costi per il soggiorno dei genitori in idonee case di cura per anziani, grava su ogni figlio in proporzione alle capacità patrimoniali e reddituali.
Il figlio che abbia adempiuto l’obbligo di mantenimento dei genitori anche per la quota facente carico ai fratelli è legittimato ad agire in rivalsa nei confronti di questi per l’ottenimento del rimborso.
Ai fini del presente articolo devono intendersi parificati i figli legittimati, riconosciuti o adottivi».

(7) Così Bucciante, La potestà dei genitori, la tutela e l’emancipazione, in Trattato di diritto privato diretto da Rescigno, III, cit., p. 894.

(8) Bucciante, op. cit., p. 895.

(9) L’ipotizzata fattispecie delittuosa − da integrare nel Titolo XI («Dei delitti contro la famiglia»), Capo IV («Dei delitti contro l’assistenza familiare») del codice penale − potrebbe essere così rubricata: «Art. 576 bis c.p. (Violazione dell’obbligo filiale di mantenimento dei genitori)» e seguentemente formulata: «Chiunque si sottrae agli obblighi di mantenimento inerenti alla qualità di figlio legittimo, legittimato, riconosciuto o adottivo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa da 103,29 euro a 1.032,91 euro».

L’ON. ROSTAN CON UNA INTERROGAZIONE PROPONE L’INTRODUZIONE DEL PCT FACOLTATIVO

ONOREVOLEL’Associazione Forense Nazionale A.M.B. ha chiesto l’interessamento dell’On. Avv. Michela Rostan, membro della Commissione Giustizia, per interrogare il ministro Orlando sulle gravi disfunzioni evidenziate dal Processo civile telematico nella sua prima fase applicativa e per conoscere, conseguentemente, se intenda istituire il doppio binario, telematico e cartaceo.

L’On. Rostan, parlamentare particolarmente attiva, ha immediatamente predisposto e instato il testo in data 13 maggio 2015 al Ministro della Giustizia (al quale ha richiesto risposta scritta) mostrando grande attenzione ai problemi lamentati dalla classe forense. Mi è gradita l’occasione per ringraziarLa personalmente e a nome della A.M.B. per la squisita sensibilità dimostrata.

Di séguito, il testo dell’interrogazione

 I N T E R R O G A Z I O N E  A  R I S P O S T A  S C R I T T A

 –  A T T O  C A M E R A  –

 Presentato il 13 maggio 2015 dall’On. Michela Rostan

 Al Ministro della Giustizia, On. Andrea Orlando, per sapere, premesso che:

– a far data dal 30/6/2014, a norma del D.L. n. 179/2012, art. 16 bis, convertito in Legge  n. 221/2012 e successivamente modificato dal D.L. n. 90/2014, art. 44, il deposito degli atti processuali e dei documenti da parte dei difensori delle parti precedentemente costituite e degli altri soggetti esterni, nei giudizi di competenza del tribunale, ha luogo in formato telematico con modalità informatiche (tanto è applicabile anche al deposito dei ricorsi per decreto ingiuntivo);

– tali norme, dopo alcuni mesi di sperimentazione, hanno dimostrato di incidere profondamente e negativamente sul piano organizzativo nelle attività dei cancellieri, avvocati, magistrati nonché ausiliari esterni;

– inizia ad instradarsi la convinzione che il PCT rallenti smodatamente i tempi della giustizia in quanto rende più laborioso il lavoro del magistrato che, considerate le modestissime e scarne dotazioni informatiche, è obbligato ad una estenuante ricerca degli atti processuali e ad una faticosa lettura degli stessi;

– i magistrati hanno reiteratamente palesato difficoltà e perplessità riguardo alla consultazione e analisi degli atti endoprocessuali e relativi allegati depositati in formato telematico;

–  tali difficoltà, giova ribadirlo, scaturiscono dalla necessità di visionare la documentazione esclusivamente tramite monitor e senza l’indispensabile e insostituibile supporto cartaceo;

– per far fronte a tali criticità, in gran parte dei tribunali si è andata diffondendo la prassi, peraltro fortemente voluta e caldeggiata dai magistrati, di invitare gli avvocati a depositare sistematicamente le cosiddette «copie di cortesia» degli atti endoprocessuali e relativi allegati trasmessi telematicamente;

– perciò, nonostante l’introduzione del PCT, i magistrati continuano ad evitare di visionare gli atti processuali inviati telematicamente preferendo studiare le cause sulle anzidette «copie di cortesia»; diversamente, si troverebbero a stampare migliaia di atti e allegati, operazioni che, tra l’altro, le cancellerie non sarebbero in grado di fronteggiare;

– l’invalsa e inusitata prassi, se indubbiamente da un canto agevola il lavoro delle cancellerie e dei magistrati, dall’altro costituisce senz’altro motivo di ulteriore aggravamento dell’attività dell’avvocato costretto, in buona sostanza, a sostituirsi al cancelliere e, soprattutto, a raddoppiare i depositi (prima telematico, poi cartaceo);

– autorevoli esponenti informatici hanno osservato come le infrastrutture siano obsolete e le procedure eccessivamente complesse e non allineate con la normativa in materia di digitalizzazione; chi ha elaborato il PCT ha tenuto conto esclusivamente degli interessi del ministero e degli uffici giudiziari senza preoccuparsi degli utenti; 1) è assente una linea unica ed univoca nei vari uffici giudiziari per la formazione e la trasmissione degli atti; 2) gli operatori non sono stati adeguatamente preparati; 3) gli avvocati si sono dovuti sobbarcare gli oneri economici dell’innovazione; 4) allo stato non esistono infrastrutture adeguate; 5) quotidianamente si verificano disservizi ed disguidi tecnici che rallentano considerevolmente l’attività giudiziaria e vanificano il diritto di poter inviare l’atto processuale nell’ultimo giorno utile;

– nel corso di questi primi mesi di applicazione del PCT sono emerse ulteriori criticità legate ad una non chiara ed univoca disciplina delle cosiddette anomalie di deposito che espongono gli avvocati e, conseguentemente, i cittadini (utenti finali del servizio giustizia) alla rischiosa possibilità di incappare nelle dannose conseguenze della decadenza dei termini di deposito in ipotesi di malfunzionamento del sistema o comunque di guasti e blocchi informatici non imputabili ai professionisti legali;

– preoccupa oltremodo la nascente diffusione dei filoni giurisprudenziali relativi alle improcedibilità e inammissibilità delle domande causate dall’utilizzo irregolare ed improprio del PCT (frequentemente dovuto alla complessità e astrusità dei programmi) con conseguente e inevitabile accollo di pesanti responsabilità professionali per gli avvocati;

– non ultimo, tantissimi processi rischiano di essere definiti sulla base di allegati artatamente manipolati (da avvocati e parti scorrette) le cui falsità non potranno essere mai riscontrabili nei monitor; tra l’altro, il magistrato potrebbe rifiutarsi di ordinare l’esibizione degli originali quando il difensore richiedente sia oggettivamente impossibilitato ad argomentare il minimo sospetto; le decisioni fondate su realtà documentali inesistenti e artefatte trascinerebbero la Giustizia in un vorticoso e inesorabile declino;

– l’introduzione del doppio binario (cartaceo e telematico) restituirebbe agli avvocati la libertà di scegliere tra i due sistemi  senza costringerli a subire le molteplici criticità che il PCT presenta e, soprattutto, eviterebbe di esporli al rischio di nuove irregolarità, decadenze, inammissibilità e improcedibilità che già cominciano ad essere elaborate dai primi indirizzi giurisprudenziali;

se il Ministro interrogato sia a conoscenza delle gravose problematiche dianzi rassegnate e se stia valutando l’ipotesi di reintrodurre, per un ulteriore e congruo lasso temporale predeterminato, la possibilità, per gli avvocati, di depositare gli atti facoltativamente in formato cartaceo o telematico quantomeno fino a quando il sistema non verrà uniformato, semplificato e reso maggiormente fruibile e funzionale.

CONDIZIONI DI PERMANENZA NEL GRUPPO AVVOCATI INCAZZATI

Onde evitare spiacevoli polemiche e reazioni da parte degli amministratori del Gruppo, provocatori, troll, martellatori, disturbatori e infiltrati sono pregati di cancellarsi immediatamente. In mancanza, saranno rimossi dagli amministratori senza preavviso.

Non interessano richieste di domiciliazione, quesiti e dubbi giuridici, post pubblicitari, doppioni, risalenti, irrilevanti, non pertinenti, inconferenti, polemici nonché offensivi i quali verranno rimossi senza preavviso dagli amministratori.

In particolare, gli iscritti che posteranno pubblicità, criticheranno la denominazione del gruppo o assumeranno atteggiamenti irriguardosi e molesti verranno rimossi senza preavviso a giudizio insindacabile degli amministratori.

In ogni caso, gli amministratori si riservano di rimuovere tutti i link, video, post e commenti che riterranno. Tanto a loro insindacabile giudizio. Delle rimozioni non renderanno conto alcuno. Chi formulerà post richiedendo pubbliche spiegazioni agli amministratori verrà bannato.

RELAZIONE ISTITUZIONE SEDE PERIFERICA UFFICI GIUDIZIARI DI BENEVENTO NEL SOPPRESSO TRIBUNALE DI ARIANO IRPINO

993_624x0_w_b90c72ec4f85229d62f8434f4dea4eaeCon legge n. 148/2001, art. 1, e decreti legislativi nn. 155/2012 e 156/2012 è stata ridisegnata la geografia giudiziaria italiana. In particolare, con il d. lgs. n. 155/2012 sono stati soppressi 30 tribunali e 220 sezioni distaccate; detta riforma è stata attuata eccettuando i quattro tribunali sub-provinciali abruzzesi per i quali è stato assegnato un regime di proroga a causa del sisma del 2009. Con il d. lgs. n. 156/2012, invece, è stata disposta la soppressione di 667 Uffici del Giudice di Pace, mentre con il decreto firmato l’11 marzo 2014 il Ministro della Giustizia ha accolto le istanze provenienti dagli enti locali per il mantenimento di 285 uffici le cui spese di funzionamento e di erogazione del servizio giustizia, in applicazione dell’art. 3 del d. lgs. n. 156/2012, sono state trasferite ai medesimi enti i quali provvederanno altresì al fabbisogno del personale amministrativo (*).

Proseguendo nella linea intrapresa dall’art. 3 del d. lgs. n. 156/2012 volta al coinvolgimento dei Comuni nell’organizzazione dell’articolazione periferica degli uffici giudiziari minori (nel caso di specie, Uffici del Giudice di Pace), è stato emanato il comma 4 bis del d. lgs. n. 155/2012 riconoscendo un importantissimo ruolo alle Regioni nella compartecipazione alle scelte operative di gestione delle sedi giudiziarie. Appare necessario coniugare le esigenze dei territori affinché non vengano depauperati della significativa presenza dei presidi giudiziari con le notevoli difficoltà dello Stato nel mantenimento delle piante organiche e dei crescenti costi di mantenimento delle strutture.

Le Regioni sono gli enti che, allo stato, sono in grado di conoscere le esigenze delle relative popolazioni anche riguardo al servizio giustizia in considerazione delle specificità territoriali, infrastrutturali, sociali ed economicheIl coinvolgimento degli enti autarchici territoriali implica anche la necessità che lo Stato riveda e rettifichi le scelte attuate con la legge delega n. 148/2011 e con il d. lgs. n. 155/2012 laddove sono stati soppressi 30 tribunali e 220 sezioni distaccate disegnando un modello che (fatti salvi i tribunali aventi sede nei capoluoghi di provincia i cui costi rimangono totalmente a carico dello Stato) per i tribunali sub-provinciali dovranno essere le Regioni, previa valutazione del rapporto costi-benefici, a decidere insieme al Ministro della Giustizia i tribunali da mantenere e/o reistituire (in totoo parzialmente) contribuendo in tal caso alle spese di gestione dell’immobile e del personale amministrativo [1].

Ciò con l’obiettivo di ottenere il più ampio e condiviso consenso sulla nuova articolazione degli uffici giudiziari sui propri territori e, successivamente, da presentare per la stipula del previsto schema di convenzione. Alla luce di quanto precede, questo Comune, primo per importanza, estensione e popolazione dopo il capoluogo di provincia, intende ripristinare, sia pure in via sperimentale e per un lasso temporale determinato in ossequio ai dettami normativi, quantomeno una parte dei pregressi servizi giudiziari che facevano capo al soppresso tribunale.

Tali servizi giurisdizionali si individuano sin d’ora nel 1] settore civile monocratico (inclusi i procedimenti espropriativi mobiliari e presso terzi), 2] settore penale monocratico, 3] sezione lavoro e previdenza; a ciò andranno aggiunti i servizi di cancelleria afferenti alla volontaria giurisdizione [2] ed uno sportello UNEP. Inoltre, andranno computati i costi necessari per la realizzazione del sistema telematico previsto per le ricezioni degli atti giudiziari.

A tal riguardo, la Giunta del Comune di Ariano Irpino ha designato, mediante deliberazione n. 88 del 23 settembre 2014, una Commissione tecnica composta di quattordici avvocati nelle persone di  Lucia De Gregorio, Giancarlo Di Gregorio, Giuseppe Finamore, Pasquale Giardino, Laura Giovannelli, Mario Iuorio, Marcello Luparella, Irene Masciola, Enea Mascolini, Carmine Monaco, Alberto Silano, Domenico Simone, Fulvio Pironti nonché Manlio Purcaro al fine di avviare un dialogo con la Regione Campania e il Ministro della Giustizia per l’ottenimento di servizi giudiziari periferici – oggi accorpati presso il tribunale di Benevento a séguito di revisione della geografia giudiziaria – nella sede del soppresso tribunale di Ariano Irpino.

Tanto beneficiando dell’attuazione prevista dal d. lgs n. 155\2012, art. 8, comma 4 bis, a mente del quale «in via sperimentale, il Ministro della Giustizia può disporre, nell’ambito di apposite convenzioni stipulate con le Regioni e le Province autonome, che vengano utilizzati, per il tempo necessario, gli immobili adibiti a servizio degli uffici giudiziari periferici e delle sezioni distaccate soppressi per l’esercizio di funzioni giudiziarie nelle relative sedi. Le spese di gestione e manutenzione degli immobili e di retribuzione del personale di servizio oggetto delle convenzioni sono interamente a carico del bilancio della Regione». I più volte mentovati provvedimenti di riforma delle circoscrizioni e di riordino degli uffici giudiziari (legge delega 14 settembre 2011, n. 148, e decreti legislativi nn. 155 e 156 del 7 settembre 2012) hanno comportato la definitiva chiusura dello storico tribunale arianese in uno alla annessa procura della Repubblica.

La legge 27 dicembre 2013, n. 147, art. 1, comma 397 (legge di stabilità 2014), ha integrato l’articolo 8 del d. lgs. n. 155/2012, aggiungendovi il richiamato comma 4 bis in forza del quale viene consentita in via sperimentale la possibilità di stipulare convenzioni per utilizzare gli immobili adibiti a servizio degli uffici giudiziari periferici e delle sezioni distaccate soppresse disponendo altresì che le spese gestionali e manutentive dell’immobile oltre quelle di retribuzione del personale di servizio siano poste integralmente a carico del bilancio regionale. La soppressione del tribunale arianese, nel cui circondario rientravano ben 26 comuni, ha determinato non solo la scomparsa di un indispensabile presidio di legalità su una vasta area interna, ma anche disservizi e disagi a carico dei tanti cittadini e utenti costretti ad estenuanti e ripetitivi spostamenti per raggiungere la nuova sede giudiziaria accorpante di Benevento. Le radici di tale presidio di legalità affondano le gloriose radici nel tempo [3].

L’innovativa portata della norma introdotta dal legislatore mediante il comma 397 dell’art. 1 della legge di stabilità consente alla Regione Campania di ripristinare, nel pieno della originaria funzionalità, gli uffici giudiziari soppressi eliminando così i disagi e i disservizi sopportati dalle popolazioni interessate. A tal fine è necessario ed urgente che la Regione Campania e il Ministero della Giustizia stipulino apposito schema di convenzione (previsto dal comma 4 bis dell’art. 8 del d. lgs. n. 155/2012) per il ripristino dell’esercizio di funzioni giudiziarie nella sede del soppresso tribunale arianese (la cui proprietà è in capo all’ente comunale) maggiormente strategico per il contrasto alla criminalità organizzata e comune, per la salvaguardia e il potenziamento dei princìpi di legalità e, non ultimo, per la immediatezza e prossimità del ricorso alla giustizia da parte dei cittadini.

Giova soffermarsi su alcuni aspetti interessanti la morfologia del territorio e le ricadute socio-economiche. Il pregresso circondario di Ariano Irpino si dipana su un territorio interamente montano i cui comuni hanno una vasta estensione e una popolazione diffusa. Ariano Irpino ha un territorio di 185 kmq e solo la metà dei suoi 23,500 abitanti vive nel centro mentre l’altra metà è distribuita nella campagna. Il profilo altimetrico la connota come un’area montana. Detto comune nei suoi 185 kmq di estensione ha un’altitudine che varia dai 179 mt agli 817 mt s.l.m. e si presenta geomorfologicamente formato da una successione di colline e ampie vallate. Da sempre presenta una dotazione di rilevanti servizi pubblici e privati fra cui scuole, trasporti urbani, agenzia delle entrate, genio civile, nosocomio, istituti di credito, penitenziario, strutture culturali, sportive e ricreative, etc. L’estinto Circondario di Ariano Irpino si connota per la estesa territorialità, scarsa inurbazione, dispersione della popolazione e accentuato invecchiamento della stessa.  Siffatto circondario e i territori limitrofi appaiono contrassegnati da una considerevole marginalizzazione esasperata da evidenti carenze infrastrutturali e difficoltà di accesso ai servizi essenziali.

Trattasi di aree con popolazione insediata in modestissimi centri interessati da un gravissimo processo desertificativo e senilizzativo. Il che denota un territorio segnato dal declino demografico e dall’esodo delle nuove generazioni. E’ chiaro che tale situazione impedisce l’evolversi di un dignitoso e roseo futuro poiché insidia e inficia qualsiasi idea in movimento. Nessuna consapevolezza vi è sulle negative ricadute e sulle responsabilità che tale deviante processo involutivo incide sulle collettività locali. Il ridimensionamento e la chiusura di due importanti stabilimenti sul territorio (Irisbus a Flumeri e Fma a Pratola Serra) sono i segnali più marcati della dilagante crisi sul territorio circondariale di Ariano Irpino. Tale crisi inasprisce le endemiche criticità economiche diffuse sull’area.

E’ chiaro come il futuro di Ariano Irpino si evidenzia in tutta la sua particolare complessità. Tanti territori interessati dal taglio dei tribunalini sono paradossalmente quelli che maggiormente avrebbero avuto bisogno di sostegno per le società economiche locali. Tuttavia, non può sottacersi che i progetti di sviluppo infrastrutturale dell’area lascino intuire che la stessa possa candidarsi ad un efficace cambiamento. Nel caso di Ariano Irpino, il ripristino di un presidio di legalità, sia pure nelle vesti di una sorta di sezione distaccata, non solo sarà in grado di contrapporsi al disagio, alla diseconomia e alla disoccupazione, ma contribuirà ad impedire che il territorio diventi facile preda di criminalità organizzate.

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Note

(*) Stralcio della relazione redatta dalla Prima Sottocommissione Tecnica nelle persone degli avvocati Fulvio Pironti, Alberto SilanoIrene Masciola, Giuseppe Finamore, Pasquale Giardino, Mario Iuorio nonché Giancarlo De Gregorio.

[1] Sebbene il comma 397 della Legge 27 dicembre 2013, n. 147, art. 1 (cosiddetta Legge di stabilità 2014) non lo precisi, resta pacifico ed assodato che le regioni siano gravate dei soli emolumenti riguardanti il personale di cancelleria, mentre quelli afferenti ai magistrati (togati e onorari) continueranno ad essere erogati dallo Stato.

[2] Atti amministrativi del cancelliere tra cui, a mero titolo esemplificativo, atti notori, rinunzie alle eredità, autenticazioni di documenti, firme, fotografie, etc.

[3] Una breve sintesi degli eventi riguardanti il presidio giudiziario arianese è tracciata nella relazione accompagnatoria al disegno di legge n. 705, di iniziativa del Sen. Luigi Franza, comunicato il 16 ottobre 1992, ed avente ad oggetto «Nuova competenza territoriale del tribunale di Ariano Irpino». In esso si legge: «… è doveroso richiamare i motivi storici che sono alla base del disegno di legge. Re Ruggiero II, volendo dare sistema alle cose del Regno, prescelse Ariano per tenervi il primo generale Parlamento e così nel 1140 pubblicò le nuove leggi note come Assise di Ariano.. Successivamente in Ariano furono istituite corti e tribunali e nelle tabelle annesse al regio decreto del 20 novembre 1860, col quale furono determinati il numero e le circoscrizioni territoriali delle autorità giurisdizionali delle province napoletane, fu fissato il circondario di Ariano. Il 2 ottobre 1862 fu definitivamente istituito il tribunale civile e correzionale. Il 1° settembre 1884 venne istituito il circolo di Corte di assise ed infine, nel 1882, il carcere giudiziario. Nel 1923, per un malinteso accentramento, il tribunale fu soppresso e si dovette attendere l’atto di giustizia del 1934 per ripristinarlo…».

DIECI PENSIERINI DI ELISABETTA RICCI

10998648_797869736917532_5451599891202616888_nÈ meraviglioso poter godere quotidianamente della vista del mare e potersi identificare in ogni suo colore a seconda delle emozioni che si vivono: un’onda per ogni ora vissuta, un orizzonte per ogni desiderio lontano.

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Più passa il tempo e più mi rendo conto che sono tante e troppe le cose che mi feriscono, che mi mortificano. È che alle delusioni non mi abituo; io ci provo ad essere meno sensibile e meno emotiva, ma poi… Poi non sarei più io!

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Ho sempre pensato ad un rapporto come ad una bellissima pianta che per crescere rigogliosa avesse bisogno di cure e di dedizione. Di fiducia e di sincerità. Ho sempre annaffiato le mie piante, io. Purtroppo, però, nonostante le mie attenzioni, si sono appassite, forse avvelenate dalle bugie. Ma io ho avuto la forza di piantarne di nuove, a dispetto di delusioni e fallimenti. È che sono così: mi ci immergo troppo. Nei sentimenti, nelle persone, nei rapporti. E non me ne pento.

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Ieri sera, passeggiando per una viuzza del Centro, mi sono ritrovata sul retro di una vecchia trattoria che aveva appena aperto la sua cucina: la cuoca metteva il grembiule, i fuochi venivano accesi, le pentole venivano scoperchiate e per l’isolato cominciava a diffondersi un sincero odore di cacciagione. Ad attirare la mia attenzione, però, è stato un piattino di coccio, bianco bianco e pieno pieno di leccornie. Era lì, accanto alla porta, in attesa del primo ospite: un micino nero, spelacchiato e magrolino che si accostava lento lento, guidato dal profumo più che dagli occhi, probabilmente da poco schiusi. Che tenerezza!

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Nello studio del dermatologo ho incontrato una graziosissima vecchina di anni 80, magari più. Era lì, seduta: il volto sereno e raffinato, gli occhi buoni, una bella collana, un bastone pesante, i diversi acciacchi dell’età e una gran voglia di raccontarsi. Lamentava delle macchie sul viso che non le piacevano e che perciò voleva farsi togliere con il laser: – «credo rovinino il mio bel viso», così diceva accennando un timido sorriso. Io l’ho guardata stupefatta, con grande ammirazione perché, invece di unirsi al coro delle sue coetanee brontolone e dire che ai suoi tempi tutte queste fesserie non c’erano, ha detto: – «vecchia sì, ma mica brutta!». Saggia, vanitosa e dolcissima nonnina, come darti torto!? Giusta ispirazione di vita!

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 Mi piace essere una massaia pantofolaia, cucinaleccornie, lustrapavimenti. Grembiule e cucchiaio di legno per non sticchiare le mie fantastiche e preziose padelle di ceramica. Odoro sempre più spesso di cibo, ho i capelli pregni di fritto, di vanillina, di anice e cannella.

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A me piacciono gli ziti col sugo, la carne fritta dorata, il prosciutto di Allumiere, quello tagliato a mano, che trasuda quando fa caldo, mi piace il vino rosso dei Castelli, il salame di Culatello, il mascarpone con la Nutella e… E quindi, io, l’anatra – col coltello e la forchetta – non la so proprio mangiare. Con le lumache, poi, mi sbrodolo pure addosso! :)))

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E ti ritrovi seduta, con la tazzina di caffè appena fatto in una mano e la testa appoggiata sull’altra, a fissare la “manata” che credi di vedere sullo sportello del mobile. Ma non c’è. Ci spruzzi sopra tutti i tuoi pensieri come se potesse venir via e, intanto, le campane per la messa delle sei definiscono il momento. Sembra impossibile, ma domani è sempre un altro giorno.

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E allora la vita ti toglie la giovinezza e tu ti convinci che la crema antirughe ti aiuti. Poi, ti toglie il colore dei capelli: tu vai da Salvatore e li tingi. Infine, ti toglie la vista e tu cerchi conferme nel cartellone dell’oculista. Lavori, lavori e ti toglie i soldi: non puoi comprare i saraghi e così compri le «mappatelle». Cerchi di continuare a sorridere, sperando di non perdere mai i denti Emoticon smile. Ma quando ti toglie l’aspirapolvere? Basta, ti arrendi!

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1463160_825102124194293_5490107251734965218_nTanto arriva sempre il mattino. Perfido, ti sveglia senza compassione, tu lo combatti, ma niente, ritorni presente pian piano, anche se non vuoi. Allora cerchi qualche altro minuto di consolazione affondando nel cuscino, come se fosse più morbido di ieri sera. Con le mani dietro la testa, cominci a guardare il soffitto, le pareti color verde antico e ti soffermi per qualche minuto, come se nei pressi del lampadario ci fosse scritto quello che vorresti leggere.  Cominci ad ascoltare i rumori di chi ha già iniziato la sua giornata, fai mente locale sulla tua, cercando di capire innanzitutto che giorno è. Mandi un bel pensiero a qualcuno, magari anche uno meno bello a qualcun altro e ti tiri su. La prima grande sequenza della giornata è pur sempre una certezza!

Reagire allo sterminio dell’Avvocatura medio-bassa – Roma, Università Tor Vergata

Avv. Fulvio Pironti – Foro di Benevento

Presidente Associazione Forense Nazionale A.M.B.

«Reagire allo sterminio dell’Avvocatura medio-bassa»

 Conferenza 31.1.2015, Università Tor Vergata, Roma 

Rivolgo un cordiale buongiorno e un sentito ringraziamento per essere accorsi a questa importante conferenza dal titolo emblematico, «Reagire allo sterminio dell’Avvocatura medio-bassa». L’Avvocatura vive una fase di declino causata da una serie di norme ammazza-avvocato varate nell’ultimo lustro. Esse, artatamente travestite da presunte modernità, sono volte ad inibire l’accesso alla tutela giustiziale e a comprimere l’esercizio forense ad una moltitudine di professionisti. Il diritto alla giustizia e la funzione sociale dell’avvocato, valori fondanti previsti dal dettato costituzionale, sono stati gravemente mortificati dall’introduzione di tanti obbrobri legislativi.

Questo Gruppo di Lotta, fondato il 6 luglio 2014, si è posto l’obiettivo di stimolare l’analisi e il confronto sui deleteri riflessi prodotti dalle normative e riverberati sulla classe forense. Si è proposto, inoltre, l’obiettivo di coinvolgere gli iscritti in iniziative dirette a contrastare gli ostacoli normativi che comprimono il diritto di azione e di difesa. Ormai tutti sono a conoscenza dell’infame disegno sterminatore perpetrato ai danni dell’avvocatura medio-bassa. Il C.n.f., l’O.u.a. e la Cassa forense, ovvero le rappresentanze oligarchiche castali lontane dalla base, in molteplici occasioni hanno mostrato di ignorare il grido di allarme proveniente dall’avvocatura medio-bassa. Oggi è avvertita più che mai la distanza tra la base, alle prese con seri problemi di sussistenza, e i vertici che dovrebbero rappresentarla.

Lo Stato ci ha vomitato addosso negli ultimi cinque anni tante riforme schizofreniche il cui unico obiettivo è la degiurisdizionalizzazione o, in altri termini, la demolizione del sistema giustizia. Abbiamo assistito al progressivo disimpegno dello Stato dalla funzione di giurisdizione pubblica in nome della spending rewiev. Preoccupa non poco l’effetto di sbarramento dovuto alla crescente onerosità dell’accesso alla giustizia determinata dagli esponenziali rincari dei contributi unificati, dalla soppressione di tanti uffici giudiziari, ma soprattutto dalla spinta forzata verso soluzioni alternative delle controversie giudiziarie. Con il dichiarato intento di rendere efficiente la macchina giudiziaria, sono stati introdotti nuovi ostacoli economici e procedurali che rendono più difficoltoso il ricorso del cittadino ai servizi giudiziari con gravi riflessi sul diritto di difesa costituzionalmente garantito. Il processo civile è diventato un percorso ad ostacoli il cui epilogo converge frequentemente in pronunce di rito e non di merito. Si finge di dimenticare che la giurisdizione è una funzione che dovrebbe essere svolta in maniera efficiente dallo Stato. La risposta fornita è invece di natura dismissoria: anziché approntare rimedi adeguando gli organici dei magistrati e cancellieri sono state introdotte confuse riforme a costo zero.

La giustizia non può avere finalità diverse da quelle che la Costituzione le assegna. Ecco perché dobbiamo impegnarci per fermare la tendenza alla privatizzazione della giurisdizione in quanto incompatibile con i princìpi del dettato costituzionale. E’ inaccettabile la scelta di confinare il ricorso alla giurisdizione con misure deflattive e punitive. Il legislatore continua a introdurre sistemi alternativi alla giurisdizione con il dichiarato intento di impedire che un rilevante numero di controversie approdi nelle aule giudiziarie.

Ritengo che non occorra alcuna riforma del processo civile, basterebbe solo incrementare l’organico della magistratura e verificarne l’operato. Questa sì, sarebbe una grande e semplice riforma. La politica, però, non ha il coraggio di vararla perché comporta un costo e, soprattutto, insidia la libertà dei giudicanti. E allora cosa si fa? Si demolisce la giustizia e si annientano gli avvocati. Nel giro di qualche anno l’art. 21 genererà una sconfinata morìa di avvocati; tanti altri ancora verranno travolti e rottamati da una nuova forma «giustizia» degiurisdizionalizzata, quella della mediazione. E’ necessario che la classe forense medio-bassa, peraltro in consistenza maggioritaria, si ricompatti velocemente dandosi un assetto programmato di intenti. D’ora in poi dovremo contrapporci con ogni forza all’area minoritaria cosiddetta «alta» o «lobby» che, in buona sostanza, è quella che sospinge e favorisce l’annientamento di quella medio-bassa.

E’ fuori luogo sostenere che le proteste degli avvocati debbano essere tese a difendere i cittadini. Niente di più falso. Le lotte sono principalmente in difesa dell’avvocatura moribonda ormai condannata da leggi censuarie all’impoverimento se non addirittura all’estinzione. Finiamola con insulse e anacronostiche vanaglorie retaggio di un passato che, ahinoi!, non esiste più; si abbia il coraggio di difendere l’avvocatura e gli avvocati e, di riflesso, secondariamente gli utenti della giustizia. Ve li immaginate duemila metalmeccanici in odore di licenziamento sentirli protestare non per difendere il posto di lavoro, ma il processo economico di una nazione? Ridicolo! Fino a quando gli avvocati non avranno il coraggio di lottare in prima persona per i propri diritti, ogni battaglia sarà vana.

Ricordate quando alcuni anni fa la maggioranza dei piccoli negozi alimentari venne soppiantata dalla grande distribuzione (supermercati, ipermercati e centri commerciali)? Sappiate che sta succedendo la stessa cosa con gli avvocati. L’architettura omicida prevede lo sterminio del settanta per cento degli “artigiani del diritto” per lasciare posto a mastodontici megastudi metropolitani. Ditemi se non abbiamo valide ragioni per indignarci avviando una feroce e determinata battaglia contro le istituzioni politiche e forensi al fine di salvaguardare il diritto alla sopravvivenza! Il diritto di assassinarci non lo riconosceremo mai a chicchessia, la nostra laurea in giurisprudenza e il titolo abilitativo hanno lo stesso valore di quelli posseduti dai titolari dei megastudi!

E mi domando: condizioni proibitive di permanenza nell’iscrizione agli albi (art. 21 legge professionale), esosa contribuzione previdenziale, costi per processo civile telematico, assicurazione e crediti formativi, mediazione e negoziazione assistita obbligatoria, filtri in appello, aumenti a raffica del contributo unificato, liquidazioni giudiziali da barbone, irraggiungibili specializzazioni nonché regressione economica, gli avvocati rientranti nella sfera medio-bassa saranno in grado di permettersi un ruolo tale da garantirsi quantomeno la sopravvivenza? Nutro alcune riserve! Dobbiamo prendere coscienza di una realtà decisamente allarmante: la progressiva e scellerata compressione del contenzioso voluta dalle istituzioni con la silente complicità degli organismi forensi impoverirà ulteriormente l’avvocatura media ed estinguerà quella bassa! Dopodiché il buio, ovvero nessuna alternativa per quelli che saranno espulsi dal sistema.

Si dice troppo spesso che gli avvocati siano tanti omettendo di precisare quale sia la causa. Ebbene, lo Stato si è reso colpevole di aver bandito negli ultimi quindici anni concorsi con il contagocce inadeguati ad assorbire un significativo numero di laureati in giurisprudenza. Ecco perché oggi non ha nessun diritto di tramutare l’Avvocatura medio-bassa in eserciti di disoccupati! Le istituzioni politiche e forensi dovrebbero vergognarsi! Tanto più che questo disegno criminoso viene ad attuarsi nel vivo di una fase economica delicata. Non si può infierire vigliaccamente sugli avvocati sottraendogli deliberatamente il lavoro. Si deve porre immediato rimedio eliminando i paletti mediatorii e i doppi filtri in appello; deve rendersi accessibile al cittadino il diritto alla giustizia diminuendo i contributi unificati e rettificando le inique norme sulla riforma geo-giudiziaria. Non ultimo, va compressa l’assurda libertà del magistrato nell’applicazione dei parametri! E’ ora di dire basta alle liquidazioni da barbone volte a deflazionare il contenzioso! I parametri devono essere applicati correttamente con minimi, medi e alti; sennò, fino a quando il giudice sarà libero di disapplicarli, a cosa serviranno? Solo rimediando a tali storture l’avvocatura medio-bassa potrà ricominciare a respirare! Non possiamo permettere che dopo anni di sacrifici, faticoso studio e lenta costruzione di una clientela, altri decida di annientarci vomitandoci addosso quattro insulse norme ammazza-avvocato imposte talvolta dall’Europa o suggerite talaltra dalle rappresentanze forensi interessate alla nostra decimazione.

Il Gruppo di Lotta è cresciuto velocemente a dismisura dando finalmente voce a tantissimi colleghi che fino ad oggi sono stati costretti, in silenzio, a subire le vessazioni della politica e delle istituzioni forensi. In tal modo guadagnerà una potente forza contrattuale che impiegherà per stimolare, con convinta determinazione barricadiera, la modifica e\o l’abrogazione di ogni nefandezza normativa e impedire quelle in corso di emanazione. Adesso basta, siamo la maggioranza, usciamo tutti dal letargo, smettiamola di piangerci addosso e progettiamo insieme il percorso vincente per riappropriarci della professione!

Sono state istituite varie commissioni di studio divise per tematiche volte a individuare le criticità che hanno scaraventato nel baratro la nostra professione. Ogni commissione ha elaborato una eccellente relazione i cui aspetti salienti verranno magistralmente illustrati con competenza dai rispettivi presidenti cui va, in uno a tutti i membri, il più fervido ringraziamento per il lavoro profuso. Gli spunti normativi offerti dalle relazioni andranno a costituire un organico disegno di legge per il «Salvataggio dell’Avvocatura medio-bassa». Dopodiché, verrà comunicato alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, previa sottoscrizione di un corposo numero di parlamentari, ed assegnato alle rispettive Commissioni Giustizia perché venga esaminato. L’iniziativa normativa verrà poi supportata dall’avvio di proteste le quali saranno analiticamente illustrate dall’avv. Pasqualina Ortu, mia fedelissima consigliera, perla di equilibrio e saggezza alla quale desidero esternare il più vivo ringraziamento per essermi stata al fianco con dedizione e competenza in questi intensi sette mesi.

Abbiamo deciso di ergerci a difesa del futuro, della democrazia e della giustizia avviando un poliedrico percorso di rinnovamento. Nel 2015 l’avvocatura dovrà segnare la sua rinascita. Se noi sapremo reagire, allora, miei cari Amici, avremo vinto! Il cambiamento, ricordatelo, è nelle nostre mani, volerlo dipenderà solo da noi. Vi stringo tutti in un caloroso abbraccio. Grazie.

Reagire allo sterminio dell’Avvocatura medio-bassa – Roma, Università Tor Vergata

Avv. Fulvio Pironti – Foro di Benevento

Presidente Associazione Forense Nazionale A.M.B.

«Reagire allo sterminio dell’Avvocatura medio-bassa»

 Conferenza 31.1.2015, Università Tor Vergata, Roma 

Rivolgo un cordiale buongiorno e un sentito ringraziamento per essere accorsi a questa importante conferenza dal titolo emblematico, «Reagire allo sterminio dell’Avvocatura medio-bassa». L’Avvocatura vive una fase di declino causata da una serie di norme ammazza-avvocato varate nell’ultimo lustro. Esse, artatamente travestite da presunte modernità, sono volte ad inibire l’accesso alla tutela giustiziale e a comprimere l’esercizio forense ad una moltitudine di professionisti. Il diritto alla giustizia e la funzione sociale dell’avvocato, valori fondanti previsti dal dettato costituzionale, sono stati gravemente mortificati dall’introduzione di tanti obbrobri legislativi.

Questo Gruppo di Lotta, fondato il 6 luglio 2014, si è posto l’obiettivo di stimolare l’analisi e il confronto sui deleteri riflessi prodotti dalle normative e riverberati sulla classe forense. Si è proposto, inoltre, l’obiettivo di coinvolgere gli iscritti in iniziative dirette a contrastare gli ostacoli normativi che comprimono il diritto di azione e di difesa. Ormai tutti sono a conoscenza dell’infame disegno sterminatore perpetrato ai danni dell’avvocatura medio-bassa. Il C.n.f., l’O.u.a. e la Cassa forense, ovvero le rappresentanze oligarchiche castali lontane dalla base, in molteplici occasioni hanno mostrato di ignorare il grido di allarme proveniente dall’avvocatura medio-bassa. Oggi è avvertita più che mai la distanza tra la base, alle prese con seri problemi di sussistenza, e i vertici che dovrebbero rappresentarla.

Lo Stato ci ha vomitato addosso negli ultimi cinque anni tante riforme schizofreniche il cui unico obiettivo è la degiurisdizionalizzazione o, in altri termini, la demolizione del sistema giustizia. Abbiamo assistito al progressivo disimpegno dello Stato dalla funzione di giurisdizione pubblica in nome della spending rewiev. Preoccupa non poco l’effetto di sbarramento dovuto alla crescente onerosità dell’accesso alla giustizia determinata dagli esponenziali rincari dei contributi unificati, dalla soppressione di tanti uffici giudiziari, ma soprattutto dalla spinta forzata verso soluzioni alternative delle controversie giudiziarie. Con il dichiarato intento di rendere efficiente la macchina giudiziaria, sono stati introdotti nuovi ostacoli economici e procedurali che rendono più difficoltoso il ricorso del cittadino ai servizi giudiziari con gravi riflessi sul diritto di difesa costituzionalmente garantito. Il processo civile è diventato un percorso ad ostacoli il cui epilogo converge frequentemente in pronunce di rito e non di merito. Si finge di dimenticare che la giurisdizione è una funzione che dovrebbe essere svolta in maniera efficiente dallo Stato. La risposta fornita è invece di natura dismissoria: anziché approntare rimedi adeguando gli organici dei magistrati e cancellieri sono state introdotte confuse riforme a costo zero.

La giustizia non può avere finalità diverse da quelle che la Costituzione le assegna. Ecco perché dobbiamo impegnarci per fermare la tendenza alla privatizzazione della giurisdizione in quanto incompatibile con i princìpi del dettato costituzionale. E’ inaccettabile la scelta di confinare il ricorso alla giurisdizione con misure deflattive e punitive. Il legislatore continua a introdurre sistemi alternativi alla giurisdizione con il dichiarato intento di impedire che un rilevante numero di controversie approdi nelle aule giudiziarie.

Ritengo che non occorra alcuna riforma del processo civile, basterebbe solo incrementare l’organico della magistratura e verificarne l’operato. Questa sì, sarebbe una grande e semplice riforma. La politica, però, non ha il coraggio di vararla perché comporta un costo e, soprattutto, insidia la libertà dei giudicanti. E allora cosa si fa? Si demolisce la giustizia e si annientano gli avvocati. Nel giro di qualche anno l’art. 21 genererà una sconfinata morìa di avvocati; tanti altri ancora verranno travolti e rottamati da una nuova forma «giustizia» degiurisdizionalizzata, quella della mediazione. E’ necessario che la classe forense medio-bassa, peraltro in consistenza maggioritaria, si ricompatti velocemente dandosi un assetto programmato di intenti. D’ora in poi dovremo contrapporci con ogni forza all’area minoritaria cosiddetta «alta» o «lobby» che, in buona sostanza, è quella che sospinge e favorisce l’annientamento di quella medio-bassa.

E’ fuori luogo sostenere che le proteste degli avvocati debbano essere tese a difendere i cittadini. Niente di più falso. Le lotte sono principalmente in difesa dell’avvocatura moribonda ormai condannata da leggi censuarie all’impoverimento se non addirittura all’estinzione. Finiamola con insulse e anacronostiche vanaglorie retaggio di un passato che, ahinoi!, non esiste più; si abbia il coraggio di difendere l’avvocatura e gli avvocati e, di riflesso, secondariamente gli utenti della giustizia. Ve li immaginate duemila metalmeccanici in odore di licenziamento sentirli protestare non per difendere il posto di lavoro, ma il processo economico di una nazione? Ridicolo! Fino a quando gli avvocati non avranno il coraggio di lottare in prima persona per i propri diritti, ogni battaglia sarà vana.

Ricordate quando alcuni anni fa la maggioranza dei piccoli negozi alimentari venne soppiantata dalla grande distribuzione (supermercati, ipermercati e centri commerciali)? Sappiate che sta succedendo la stessa cosa con gli avvocati. L’architettura omicida prevede lo sterminio del settanta per cento degli “artigiani del diritto” per lasciare posto a mastodontici megastudi metropolitani. Ditemi se non abbiamo valide ragioni per indignarci avviando una feroce e determinata battaglia contro le istituzioni politiche e forensi al fine di salvaguardare il diritto alla sopravvivenza! Il diritto di assassinarci non lo riconosceremo mai a chicchessia, la nostra laurea in giurisprudenza e il titolo abilitativo hanno lo stesso valore di quelli posseduti dai titolari dei megastudi!

E mi domando: condizioni proibitive di permanenza nell’iscrizione agli albi (art. 21 legge professionale), esosa contribuzione previdenziale, costi per processo civile telematico, assicurazione e crediti formativi, mediazione e negoziazione assistita obbligatoria, filtri in appello, aumenti a raffica del contributo unificato, liquidazioni giudiziali da barbone, irraggiungibili specializzazioni nonché regressione economica, gli avvocati rientranti nella sfera medio-bassa saranno in grado di permettersi un ruolo tale da garantirsi quantomeno la sopravvivenza? Nutro alcune riserve! Dobbiamo prendere coscienza di una realtà decisamente allarmante: la progressiva e scellerata compressione del contenzioso voluta dalle istituzioni con la silente complicità degli organismi forensi impoverirà ulteriormente l’avvocatura media ed estinguerà quella bassa! Dopodiché il buio, ovvero nessuna alternativa per quelli che saranno espulsi dal sistema.

Si dice troppo spesso che gli avvocati siano tanti omettendo di precisare quale sia la causa. Ebbene, lo Stato si è reso colpevole di aver bandito negli ultimi quindici anni concorsi con il contagocce inadeguati ad assorbire un significativo numero di laureati in giurisprudenza. Ecco perché oggi non ha nessun diritto di tramutare l’Avvocatura medio-bassa in eserciti di disoccupati! Le istituzioni politiche e forensi dovrebbero vergognarsi! Tanto più che questo disegno criminoso viene ad attuarsi nel vivo di una fase economica delicata. Non si può infierire vigliaccamente sugli avvocati sottraendogli deliberatamente il lavoro. Si deve porre immediato rimedio eliminando i paletti mediatorii e i doppi filtri in appello; deve rendersi accessibile al cittadino il diritto alla giustizia diminuendo i contributi unificati e rettificando le inique norme sulla riforma geo-giudiziaria. Non ultimo, va compressa l’assurda libertà del magistrato nell’applicazione dei parametri! E’ ora di dire basta alle liquidazioni da barbone volte a deflazionare il contenzioso! I parametri devono essere applicati correttamente con minimi, medi e alti; sennò, fino a quando il giudice sarà libero di disapplicarli, a cosa serviranno? Solo rimediando a tali storture l’avvocatura medio-bassa potrà ricominciare a respirare! Non possiamo permettere che dopo anni di sacrifici, faticoso studio e lenta costruzione di una clientela, altri decida di annientarci vomitandoci addosso quattro insulse norme ammazza-avvocato imposte talvolta dall’Europa o suggerite talaltra dalle rappresentanze forensi interessate alla nostra decimazione.

Il Gruppo di Lotta è cresciuto velocemente a dismisura dando finalmente voce a tantissimi colleghi che fino ad oggi sono stati costretti, in silenzio, a subire le vessazioni della politica e delle istituzioni forensi. In tal modo guadagnerà una potente forza contrattuale che impiegherà per stimolare, con convinta determinazione barricadiera, la modifica e\o l’abrogazione di ogni nefandezza normativa e impedire quelle in corso di emanazione. Adesso basta, siamo la maggioranza, usciamo tutti dal letargo, smettiamola di piangerci addosso e progettiamo insieme il percorso vincente per riappropriarci della professione!

Sono state istituite varie commissioni di studio divise per tematiche volte a individuare le criticità che hanno scaraventato nel baratro la nostra professione. Ogni commissione ha elaborato una eccellente relazione i cui aspetti salienti verranno magistralmente illustrati con competenza dai rispettivi presidenti cui va, in uno a tutti i membri, il più fervido ringraziamento per il lavoro profuso. Gli spunti normativi offerti dalle relazioni andranno a costituire un organico disegno di legge per il «Salvataggio dell’Avvocatura medio-bassa». Dopodiché, verrà comunicato alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica, previa sottoscrizione di un corposo numero di parlamentari, ed assegnato alle rispettive Commissioni Giustizia perché venga esaminato. L’iniziativa normativa verrà poi supportata dall’avvio di proteste le quali saranno analiticamente illustrate dall’avv. Pasqualina Ortu, mia fedelissima consigliera, perla di equilibrio e saggezza alla quale desidero esternare il più vivo ringraziamento per essermi stata al fianco con dedizione e competenza in questi intensi sette mesi.

Abbiamo deciso di ergerci a difesa del futuro, della democrazia e della giustizia avviando un poliedrico percorso di rinnovamento. Nel 2015 l’avvocatura dovrà segnare la sua rinascita. Se noi sapremo reagire, allora, miei cari Amici, avremo vinto! Il cambiamento, ricordatelo, è nelle nostre mani, volerlo dipenderà solo da noi. Vi stringo tutti in un caloroso abbraccio. Grazie.