ASPETTI PRIVATISTICI E PUBBLICISTICI NELLE PARTECIPANZE AGRARIE EMILIANE

– FULVIO PIRONTI –

Sommario: 1. Cenni sulle origini delle partecipanze agrarie emiliane. – 2. Duplice natura giuridica delle partecipanze. – 3. Aspetti pubblicistici: vigilanza e controllo pubblico sugli atti deliberativi adottati dalle partecipanze; potestà impositiva. – 4. Aspetti privatistici: inquadramento delle partecipanze nella comunione germanica; inapplicabilità della comunione ordinaria. (*)

1. Cenni sulle origini delle partecipanze agrarie emiliane

Le partecipanze agrarie suscitano particolare interesse non solo per il rilievo estrinsecato nell’economia (1) e nella storia della regione emiliana dove esse si sono originate e sviluppate, ma anche per quanto attiene al particolarissimo inquadramento giuridico. Dense di implicazioni storiche e sociali, esse concretizzano una delle ultime forme di proprietà collettiva medievale. Fondano la propria esistenza sulla gestione terriera retta da un regime solidale che lega determinati gruppi a un preciso àmbito territoriale. Seguendo immutate regole secolari il patrimonio fondiario collettivo viene periodicamente ripartito tra i discendenti legittimi degli antichi nuclei familiari.

Per comprendere appieno le origini delle partecipanze è necessario soffermare brevemente l’attenzione sugli usi civici. Una delle maggiori limitazioni alla proprietà privata tramandataci dall’ordinamento feudale è rappresentata dai c.d. «usi civici». Il clima storico era adatto: aldilà della proprietà allodiale generalmente situata in vicinanza dell’abitato esistevano vasti territori incolti e boschivi: fondi terrieri che le comunità consideravano comuni su cui pretendevano di esercitare un diritto inalienabile ed imprescrittibile. I giuristi partenopei li definivano come una riserva sociale ne cives vitam inermen ducant in quei territori dove ampiamente si esercitavano i diritti del signore: invero, se si voleva attrarre la popolazione nel feudo e allargare la cerchia dei vassalli «non potevansi togliere quegli usi di far legna, far pascere il bestiame, raccogliere la frutta, che esercitati già da remoti tempi prima della infeudazione, rappresentavano insieme un diritto della popolazione e una necessità per la sussistenza di essa» (2).

Al principio dell’esistenza degli usi civici sui demanii feudali venne attribuito considerevole importanza, tant’è che la commissione feudale elaborò la seguente massima: «tutti i feudi sono soggetti agli usi civici» (3). Gli usi civici (4) erano esercitati in forme di varia intensità: sicché da quelli che erano ristretti al bisogno personale dell’utente (usi civici essenziali) si perviene a quelli che assorbivano completamente le potenzialità economiche del bene (usi civici utili e dominicali). Riguardo al territorio su cui venivano esercitati, si devono tenere distinti i veri e propri diritti di uso civico dai c.d. «diritti promiscui»: i primi si facevano valere entro la circoscrizione della propria comunità (o del feudo) mentre i secondi all’infuori di esso. Ma una classificazione più interessante di queste forme di comunioni tiene in considerazione l’appartenenza dei beni soggetti all’uso civico; se, cioè, siano in proprietà (o meno) dell’ente di cui l’utente fa parte: nel caso affermativo abbiamo l’ampia categoria delle comunioni collettive scindibili, riguardo al soggetto, in due specie a seconda che al godimento partecipino tutti i cittadini del comune o della frazione (demanii comunali) oppure solo una determinata categoria di persone (famiglie originarie o ereditarie). Quest’ultima distinzione si impose al sorgere del comune come persona giuridica a sé (5).

Gli antichi beni di godimento collettivo (l’almende, la marca) o divennero demanii o patrimoni del comune o, ancora, restarono nelle mani degli antichi utenti i quali costituirono un ente distinto accanto al comune (vicinia, comunanza, partecipanza). Su cinquecentotredici dominii collettivi nelle province ex pontificie gli enti composti dai soli originari erano centotredici. In questo vasto fenomeno – e precisamente nella categoria dei dominii collettivi ristretti ad una determinata classe di persone – sembrerebbero prima facie rientrare anche le partecipanze agrarie emiliane. Il godimento dei beni in (com)proprietà circoscritta ad una determinata categoria di persone (discendenti da famiglie originarie) rappresenta il comune denominatore caratteriale delle partecipanze emiliane in raffronto con tutti gli altri (semmai omonimi) dominii collettivi. Ma dove le differenze evidenziano una marcata e nitida separazione, è riguardo all’origine e all’oggetto delle stesse.

Le colonizzazioni intraprese dall’abate di Nonantola (proseguite a proprio vantaggio dal vescovo bolognese) mirarono alla redenzione delle terre che giacevano in grande estensione incolte e paludose e, nel contempo, incrementarono la sfera di influenza del dominus: ma l’esser raggiunto troppo tardi, in alcuna parte di essa, stabilì condizioni di coltura, non permise l’evoluzione naturale verso l’allodio e fece sì che per questa parte si perpetuassero le iniziali necessarie distribuzioni di terre. Questa, in buona sostanza, è l’origine dei beni di proprietà delle partecipanze. Usi civici su di esse non vi sono mai stati; se anche vi furono debbono farsi risalire nei tempi più remoti quando si era ancora all’inizio della poderosa opera bonificatrice.

Gli usi civici sono intimamente legati all’economia del feudo e da esso traggono origine mentre le partecipanze derivano da concessioni feudali ad meliorandum e si mantengono per una peculiare evoluzione storica. Sicché il fenomeno delle partecipanze agrarie emiliane avviene, a nostro parere, in senso inverso rispetto a ogni altra comunanza o vicinia, a ogni altro dominio collettivo ristretto in una determinata cerchia di utenti. Quelle si originano da concessioni feudali rivolte a rendere la terra fruttifera (6), questi dagli usi civici: quelle sono il comune, questi invece ne divergono e se ne distaccano alle origini.

Le partecipanze emiliane sono le uniche che possiedono terreni disboscati e bonificati atti alla migliore coltura agraria; tutti gli altri dominii collettivi possedevano terreni boschivi o pascolivi (o, al più, terreni in cui la pastorizia poteva essere congiunta alla semina). Per questi si è sostenuto che «hanno dato la più evidente dimostrazione della loro inettitudine, condannando irremissibilmente un vano tentativo di collettivismo agrario» (7) avendo mantenuto fino ai giorni nostri il primitivo misero sfruttamento; le partecipanze agrarie emiliane, invece, hanno l’alto merito di aver trasformato terreni acquitrinosi in floride pianure.

2. Duplice natura giuridica delle partecipanze

Anzitutto deve rilevarsi che le partecipanze non possono essere confinate esclusivamente nell’àmbito del diritto privato; invero nella vita di tali enti si riscontra anche il concetto dell’interesse pubblico (dell’utilità comune a favore delle generazioni presenti e future) (8). Per conseguire risultati attendibili e inquadrare correttamente tale istituto è necessario percorrere vie alquanto diverse. Va osservato, poi, che la legge ha riconosciuto la personalità giuridica alle partecipanze e al particolare ordinamento lasciando agli statuti di definirne l’autonomia organizzativa interna. Sono, dunque, enti morali che possiedono in proprio ed hanno vita e patrimonio distinto da quello dei loro membri. Questa asserzione – che non è altro che la naturale conseguenza dei principii estrinsecati dalla legge del 1894 – si evince anche dalla storia delle partecipanze. Il patrimonio fondiario collettivo fu nei secoli intestato alla comunità non, invece, alla sommatoria dei partecipi: e dalla comunità stessa, in nome proprio, sempre detenuti.

La comunità investita dei beni era la stessa comunità politico-amministrativa chiusa nella cerchia dei suoi membri discendenti dagli originari del luogo. Essa (comunità) ha una sua propria personalità che non può venir meno neppure quando, caduto il comune antico, si sostituisce quello amministrativo moderno. Il primo non scompare del tutto: mentre perde tutti i suoi attributi politici ed amministrativi preserva, tuttavia, intatta la proprietà dei suoi beni divisibili: in altre parole la partecipanza non è altro che la prosecuzione del comune chiuso. Essa è un’entità già delineata nella sua costituzione che le leggi non fanno che riconoscere. Invero, la normazione – rinviando agli statuti particolari – non fa che recepire quelle norme (non scritte) che si sono formate e corroborate attraverso una lenta sedimentazione delle consuetudini. Insomma, la partecipanza è stata sempre una persona giuridica e, come tale, proprietaria di beni divisibili; essa ha una propria destinazione riconosciuta da molteplici atti giuridici prima e dall’ordinamento legislativo poi; quest’ultimo non ha mutato la sostanza: ha semplicemente normato il diritto consuetudinario preesistente (9). Tuttavia, ci pare che la disciplina delle partecipanze poggi prevalentemente sulle disposizioni statutarie. E qualora gli enti non regolino inusitate ed impreviste fattispecie si dovrà ricorrere ai precedenti tradizionali, agli atti d’ufficio, alle consuetudini di altre partecipanze e, naturalmente, alle disposizioni legislative vigenti.

Sono, quindi, corporazioni di natura istituzionale costituite da una collettività di persone; hanno un distinto patrimonio e scopi determinati che i partecipi non possono modificare. La loro destinazione è chiara se se ne segue la storia: i beni della collettività debbono rimanere in seno ad essa e a favore di essa. Solo i discendenti di chi tali beni ha ottenuto hanno diritto di governo. Ci sembra di poter ritenere che la legge abbia inteso riconoscere nelle partecipanze delle vere e proprie entità corporative. L’esame storico permette di asserire che le stesse presentano (tuttora) una duplicità di elementi: ius publicum e ius privatum.

3. Aspetti pubblicistici: vigilanza e controllo pubblico sugli atti deliberativi adottati dalle partecipanze; potestà impositiva

I rapporti giuridici che traggono origine da quelle corporazioni emiliane denominate partecipanze appartengono anche alla sfera del diritto pubblico poiché in esse risulta dimostrato l’interesse collettivo. Nelle stesse, come del resto in tutti gli enti di natura pubblica, sono assenti finalità lucrative: esse sfruttano la loro proprietà a favore delle vaste categorie degli utenti realizzando un fine altruistico. Stabilita l’esistenza di tale connotazione altruistica, la dottrina amministrativa insegna che per riconoscere se un ente è pubblico è necessario constatare se sia dotato di quelle prerogative che sono esclusive dello Stato (10).

È necessario, in altri termini, accertare se concorrono uno o più dei seguenti elementi: la creazione dell’ente da parte dell’autorità statale; la concessione della potestà di imperio; i controlli speciali da parte di pubblici organismi. Quanto alla creazione dell’ente ad iniziativa statale, può affermarsi che la legge del 1894 non ha istituito le partecipanze ma, come ribadito poc’anzi, le ha soltanto riconosciute. Tale legislazione testimonia l’importanza del fenomeno che si voleva tutelare. Un tipico potere di imperio si ravvisa nella potestà impositiva tributaria con riguardo ad una data categoria di persone. Per gli effetti della legge del 1894 le partecipanze possono non solo imporre ai loro membri dei contributi sociali, ma godere il privilegio di poterli riscuotere in forza di norme speciali dirette per l’esazione dei contributi: ciò fuga ogni dubbiezza circa il carattere pubblico di tali enti. Omettendo di addentrarci in defatiganti digressioni particolaristiche, possiamo senz’altro ritenere che tali enti vanno inquadrati non solo nell’àmbito privatistico, ma anche in quello pubblicistico poiché vengono sottoposti ad un penetrante controllo da parte di autorità pubbliche (11).

Le considerazioni che precedono ci inducono ad affermare che esse sono persone giuridiche a base corporativa. Storicamente il solo ente fu investito e si dimostrò proprietario dei beni divisibili. Esso è soggettivamente tutta la classe partecipante (attuale e futura) mentre oggettivamente trova il suo contenuto patrimoniale nelle stesse proprietà terriere. Ecco perché in realtà non si può parlare di una mera comunione dei partecipanti attuali: solo l’ente è il titolare dei beni divisibili ed è il solo che può disporne. Tutte le principali caratteristiche delle partecipanze quali enti agrari sono ribadite negli statuti in cui in varia guisa stabiliscono che esse perseguono il bene economico e morale degli utenti, la conservazione e il miglioramento progressivo dei terreni nonché la graduale trasformazione delle terre coltivate in forme intensive e razionali.

Si è appena rilevato che la categoria dei partecipanti (attuale e futura) rappresenta l’elemento soggettivo dell’ente stesso. La condizione giuridica degli attuali partecipi è invece completamente diversa in quanto l’elemento corporativo presente non assume nessuna speciale figura giuridica. Poiché la partecipanza deve destinare, quale ente munito di specifiche finalità altruistiche, i propri beni al godimento della classe partecipante il singolo utente ha verso l’ente un diritto di credito proporzionato all’entità del patrimonio dell’ente medesimo e al numero dei partecipanti. Partecipante è una qualità che si acquista originariamente con la nascita; è un diritto personalissimo inerente lo stato familiare del soggetto inalienabile, intrasmissibile ed imprescrittibile. La qualità di partecipante in quanto inerente alla persona non può venire sospesa o interrotta; della sola perceptio fructorum, che afferisce al rapporto patrimoniale, il partecipante può venire privato per vari motivi (ad esempio: la perdita della cittadinanza italiana o, ancora, lo stato di interdizione legale per condanna penale).

L’iscrizione è una necessità pratica in base alla quale si può stabilire il numero esatto degli utenti. Tutti coloro che possiedono la qualità di partecipante hanno diritto di iscriversi anche se in un secondo tempo sarà eventualmente negata la partecipazione alla divisione per mancanza di un requisito richiesto (come può essere quello della residenza). Ogni partecipante soggiace all’obbligo dell’incolato (12), cioè della residenza ed abitazione ininterrotta nel territorio del comune ove ha sede la partecipanza. La giustificazione di tale istituto si deve ricercare principalmente nel fatto che l’entità trova il suo fondamento e la sua ragion d’essere nelle concessioni feudali, da esse ripete le origini e i caratteri peculiari: nelle concessioni ad meliorandum dei terreni è implicito che esse debbono esclusivamente dirigersi alle persone abitanti in loco. L’incolato quindi non può, avendo radici storiche molto profonde, venire abolito; la perceptio fructorum deve essere subordinata a tale specifica condizione.

Ogni partecipante ha, naturalmente, un diritto sulla quota che gli spetta e che gli viene materialmente assegnata (13): il rapporto che lega l’utente alla quota è senz’altro di carattere reale che è possibile far valere erga omnes. Tale diritto investe tutte le possibilità economiche della res, non il solo necessario a favore del titolare e della famiglia. Il passaggio del diritto di credito che l’utente ha nei riguardi della partecipanza a tale diritto reale appare netto nelle partecipanze che usano consegnare ai loro membri, dopo l’estrazione pubblica, la c.d. «cedola di possesso»; cioè il documento che descrive la quota assegnata. Gli statuti di tali partecipanze dispongono che soltanto dopo la consegna di tale carta il partecipante può liberamente disporre della sua quota: in altri termini, il diritto reale viene acquistato nell’istante in cui è consegnata la cedola che è un mezzo di tradizione vero e proprio (14). Il partecipante che gode del fondo assegnatogli deve pagare annualmente un contributo all’ente partecipanza perché fronteggi tutti gli oneri fiscali che gravano la proprietà collettiva e sopperisca alle spese che l’azienda deve sostenere.

4. Aspetti privatistici: inquadramento delle partecipanze nella comunione germanica; inapplicabilità della comunione ordinaria

Pur rilevando che le partecipanze emiliane si fondano anche su un sistema privatistico, tuttavia esse non possono ricondursi nel regime della comunione ordinaria prevista dalle vigenti disposizioni codicistiche; ci pare, invece, che la loro natura affondi le radici nella comunione di derivazione germanica (senza quote o a mani riunite) (15). In essa prevale l’elemento corporativo e l’indivisione perpetua (16) per il raggiungimento di uno scopo comune. I beni appartengono alla collettività considerata soggetto plurimo. Tale forma di comunione trae origine nell’esistenza di gruppi legati da determinati vincoli su una data res. L’oggetto appartiene integralmente alla comunione intesa nella titolarità e non come sommatoria dei suoi componenti. In tale figura (com)proprietaria l’indivisibilità è prescritta dall’ordinamento del gruppo; tuttavia tale carattere non esclude un parziale godimento di ciascun partecipe: può esservi, perciò, una misura di spettanza del godimento atta a designare soltanto la posizione interna del partecipe (nei rapporti con il gruppo); i partecipi ne hanno il godimento secondo disposizioni statutarie minuziose che giungono a prevedere rotazioni turnative; tuttavia non concreta una quota nel senso previsto dalle norme codicizie in tema di comunione (ex art. 1100 – 1116 c.c.). Ciò perché il vigente ius communionis è la riproduzione del condominio romano in cui predominano l’elemento individuale e il carattere transeunte.

La struttura delle partecipanze agrarie non trae il proprio fondamento dal modello della communio iuris romani (madre della comunione moderna) ma dalla communio iuris germanici (o a mani riunite). In tale forma di comunione prevalgono l’elemento corporativo e l’indivisione perpetua cosicché i beni appartengono in solido alla collettività considerata quale soggetto plurimo. Inoltre «la comunione è chiusa agli estranei per cui le modificazioni soggettive nella composizione della stessa possono verificarsi solo per successione nella qualità che è presupposto della partecipazione o per acquisto originario della qualità stessa» (17). Né va tralasciato di osservare che per la comunione di derivazione romanistica, accolta nel vigente ordinamento sostanziale, le delibere assembleari assunte in violazione di disposizioni normative o statutarie possono essere impugnate (ex art. 1109 c.c.) dinanzi all’autorità giudiziaria ordinaria dal partecipe che si ritenga leso introducendo un giudizio di natura squisitamente civile. Al contrario «gli atti adottati dalle partecipanze agrarie […] sono inviati in elenco al comitato regionale di controllo che può richiederne copia e annullare, in ogni tempo, gli atti illegittimi» (18) (il che concretizza senz’altro una procedura amministrativa) (19). Si consideri, inoltre, che nella comunione ordinaria l’art. 1111 c.c. prescrive lo scioglimento a semplice domanda di ciascun partecipante; il che appare senz’altro inapplicabile nel modello di comunione germanica adottato per le partecipanze in quanto vincolate da indivisione perpetua. Mancando la quota la comunione non può essere soggetta a scioglimento.

L’art. 1100 c.c. esclude, in maniera ancor più decisiva, l’applicabilità delle norme sulla comunione ordinaria alle partecipanze emiliane; secondo tale disposto «quando la proprietà […] spetta in comune a più persone, se il titolo o la legge non dispone diversamente, si applicano le norme seguenti». Ebbene nel caso delle partecipanze il titolo derogatorio delle disposizioni codicizie – peraltro preesistente al 1942 (anno in cui entrò in vigore l’attuale disciplina civilistica) – è senz’altro rappresentato dalla regolamentazione statutaria dell’ente.

Tracciate le linee generali della comunione germanica, vediamo come è stata recepita negli ordinamenti statutari. In proposito è interessante notare come, ad esempio, lo statuto della partecipanza centese prescriva che «scopo dell’istituzione è il bonificamento progressivo dei terreni di proprietà dell’Ente mediante il lavoro indipendente e libero del possessore usufruttuario» (20). La formulazione è alquanto illuminante: la dicitura «terreni di proprietà dell’ente» tratteggia con estrema limpidità che quest’ultimo è l’unico legittimo proprietario dei terreni e non, invece, i singoli comunisti o la sommatoria di essi. Il che sembra trovi ampia conferma nella dicitura «possessore usufruttuario» in quanto volta a dimostrare che il singolo partecipe non esercita un diritto di proprietà (né sulla totalità dei possedimenti, né sul fondo concessogli mediante divisione turnativa) bensì un particolare diritto di credito all’assegnazione (e conseguente coltivazione) di una parte dell’intero tenimento comune. Di qui i lemmi «possessore» (perché eserciterà il diritto di possesso ininterrottamente per un rilevante lasso temporale sul fondo assegnatogli di proprietà dell’ente) ed «usufruttuario» (perché percepirà i frutti derivanti dalla coltivazione dell’area attribuitagli a séguito di rotazione ventennale). In estrema sintesi è l’ente, dunque, che assorbe e riunisce l’astratto diritto di (com)proprietà di ciascun partecipante per poi distribuire ciclicamente l’utilizzo dei vari tenimenti. Sicché i partecipi hanno diritto di usufrutto (temporaneo) alla produttività della res assegnata: esso comprende il possesso della res, l’usus ed il fructus, ovvero il diritto di percepire i frutti; costituisce un diritto reale di godimento sulla cosa di cui altri – il nudo proprietario identificato nell’ente – ha la proprietà. A nostro parere tale strutturazione giuridica elimina in radice (o, quantomeno, comprime in misura considerevole) il connaturale tasso di litigiosità insito nelle comunioni (communio est mater rixarum).

Dalle considerazioni sinora svolte emerge in termini incontrovertibili che la natura giuridica delle partecipanze agrarie emiliane – dominii collettivi vincolati caratterizzati dall’obbligo dell’incolato e dalla ripartizione periodica delle terre tra i discendenti degli antichi originarii – involge un duplice aspetto: privatistico, perché la struttura giuridica appare costruita sul modello della comunione germanica, e al tempo stesso pubblicistico, perché assoggettate alla vigilanza di organismi pubblici e dotate di potestà impositiva; la struttura della partecipanza, poiché improntata a modelli tipici dell’amministrazione pubblica territoriale (con le relative forme di controlli), non lascerebbe dubbio alcuno sulla natura pubblicistica dell’ente (21). È quindi legittimo respingere quelle opinioni volte a confinare l’istituto esclusivamente nell’ambito pubblicistico o privatistico.

N o t e

(*) Contributo pubblicato nella rivista Giustizia civile, 2005, 4, 151, Giuffrè. Lo scritto riproduce, sia pure con alcune parziali modifiche, la Relazione alla IX Riunione scientifica organizzata dal Centro studi sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università degli studi di Trento sul tema «Avevano tutto e nulla possedevano», svoltasi nei giorni 6-7 novembre 2003 presso la sala conferenze della Facoltà di economia.

(1) Sebbene esuli dall’oggetto della presente indagine non possiamo omettere di registrare una recente inversione di tendenza i cui risultati, decisamente imprevisti e inimmaginabili, sono raccolti in un contributo sperimentale sociologico: Tonus, L’agricoltura e la partecipanza agraria di Cento. Il punto di vista degli agricoltori-partecipanti (Biblioteca del dipartimento di sociologia dell’Università degli studi di Bologna, relatore professor Everardo Minardi), 1997, ined. Contrariamente alle aspettative, l’analisi restituisce i seguenti aspetti: precisato che la crisi del settore agrario ha coinvolto anche la partecipanza, lo studio rileva che essa «si ritrova ad essere esclusivamente un ente proprietario che distribuisce terreno anziché essere un ente agrario che, come un tempo, distribuisce ricchezza favorendo anche lo sviluppo più complessivo della realtà centese». Di conseguenza «il partecipante subisce un senso di spaesamento, non riconosce più come suo il territorio che lo circonda e che ha plasmato con il lavoro suo e dei suoi avi. La partecipanza è vissuta come un ente che non gli appartiene più». I partecipi «si sentono lontani, separati dalla gestione dell’ente […]». Inoltre esso «distribuendo quel fazzoletto di terra non fa altro che peggiorare la situazione costringendo gli agricoltori-partecipanti a rimanere legati alla terra e a una vecchia idea di agricoltura».

(2) Testualmente Raffaglio, Diritti promiscui, demanii, usi civili, Milano 1915, 64.

(3) Raffaglio, op. cit., 64.

(4) Gli usi civici sono quei diritti originariamente concessi con atto formale (o per facta concludentia) da un dominus sulle terre infeudate e consistono nell’esercizio di modesti godimenti. Attribuiti in origine benevolentiae causa o quale ricompensa del lavoro di colonizzazione (sollecitato dallo stesso feudatario), gli usi civici vengono goduti collettivamente per soddisfare i primari bisogni esistenziali. Rappresentano sempre una limitazione al diritto di godimento delle utilitates del fondo che, altrimenti, sarebbero spettate tutte al suo proprietario. Le partecipanze, invece, raffigurano forme (com)proprietarie collettive fondate sulla periodica divisione dei tenimenti terrieri tra gli aventi diritto (primogeniti maschi discendenti delle originarie famiglie).

(5) Raffaglio, op. cit., 209.

(6) Le partecipanze agrarie emiliane risalgono all’azione bonificatrice e colonizzatrice esercitata dai feudatari (in ispecie dignitari ecclesiastici) timorosi di rimanere emarginati dal risorgere della vita commerciale ed industriale della città, dal cumularsi dei capitali mobiliari, dall’affermarsi dell’economia monetaria di fronte a quella naturale nonché dalle migrazioni rovinose dei coltivatori verso le città. In tal guisa si ebbero quelle grandi concessioni, quasi sempre in enfiteusi collettive, alle popolazioni da cui derivavano molti dominii collettivi nell’Italia settentrionale e centrale. Siffatte concessioni si svilupparono vieppiù nei secoli successivi.

Le sei partecipanze agrarie emiliane (Cento, Pieve di Cento, Nonantola, San Giovanni in Persiceto, Sant’Agata Bolognese e Villa Fontana) sono situate ai limiti dell’antico ducato longobardo di Persiceto (o, meglio, nella striscia della bassa pianura emiliana stretta fra Modena e Bologna). Dal frazionamento di questo ducato e dai conflitti che ne derivarono tra il comune di Bologna, il vescovo bolognese e l’abate di Nonantola – contrasti che rinfocolarono con la morte di Matilde di Canossa (1115) – si originarono le partecipanze agrarie, nate ab origine dall’interesse delle parti in lotta di crearsi milizie fedeli legate al feudatario dal vincolo economico.

Le concessioni enfiteutiche ad meliorandum (aventi ad oggetto terreni prevalentemente acquitrinosi e inabitati) sono documentate inequivocamente da vari atti tra cui quello redatto in data 4 novembre 1170 in località Persiceto: «ego quidam dominus Johannes Dei gratia Vescovus Sanctae Bononiensis Eccle siae […] do et concedo vobis Bernardo Amato e Raffredo Cavalco consulibus S. Jiohannis accipientibus pro vobis […] here dibus, prae sentibus et concsentientibus» (cui segue una nutrita lista di contraenti – o, più esattamente, la comunità beneficiaria della concessione – di San Giovanni in Persiceto). In un altro documento risalente all’anno 1308 vi è stabilito: «concessisse in praecarium ed emphitensim perpetuam dicto sindaco recipienti pro comuni et hominibus S. Johannis et heredibus eorum». Gli atti concessori attestano come i fondi terrieri fossero diretti alla comunità tutta. Esistono in tali concessioni alcune clausole: l’obbligo di corrispondere la decima dei frutti, il vincolo dell’«abitanza» per i membri della collettività (e loro eredi) e l’obbligo imposto ai consoli e ai massari di dividere immediatamente le terre tra tutti i membri della collettività. Grava sul feudatario l’impegno di non alienare i beni concessi alla comunità in enfiteusi. Questi elementi ricorrono in quasi tutti gli atti concessori.

(7) Così la Relazione ministeriale del Senato per la conversione in legge del r.d. 22 maggio 1924 n. 751.

(8) Per le dottrine privatistiche cfr., amplius, Marchi, Natura giuridica, vigilanza e tutela amministrativa dei dominii collettivi, in Riv. dir. pubbl., 1906, 172; v., altresì, Diozzi, La partecipanza agraria di Cento, Firenze 1939, 24, il quale aderisce all’opinione intesa a collocare nell’ambito civilistico la natura delle partecipanze agrarie. L’autore osserva che i documenti «vengono sottoscritti da tutti i singoli partecipanti, per far rilevare che essi intervengono singolarmente all’atto in questione».

(9) Rileva puntualmente Venzi, Manuale di diritto civile italiano, Torino 1934, 50 s., che «la consuetudine è la norma di diritto civile non scritta, ma osservata dal popolo per la convinzione che essa corrisponda ad una necessità giuridica». Essa – soggiunge – deve essere osservata «per il convincimento della sua necessità giuridica» e «deve aver una durata di tempo conveniente, e dev’esser costante, uniforme».

(10) Vitta, Diritto amministrativo, I, Milano 1933, 155 ss.; Diozzi, op. cit., 24 ss. riporta il pensiero del Frassoldati secondo il quale la partecipanza fu un ente giuridico pubblico; a sostegno di tale tesi porta un documento del 1570 in cui si rinviene che l’investitura concessa al massaro e ai sindaci veniva ricevuta nomine universitatis comunis ed hominum dictae terrae. Ci sembra, tuttavia, che in quel periodo non sussistesse una netta e chiara distinzione tra ambito pubblico e privato. Invero la realtà storica attesta come vi sia, invece, un’estrema commistione tra i concetti di pubblico e privato.

Per le partecipanze agrarie emiliane cfr., ex multis, Cassani, Le partecipanze agrarie di Cento e di Pieve, Bologna 1877; Mangilli, Le partecipanze di Cento e di Pieve, Bologna 1877; Franchini, Studi storici, critici, legali sulla partecipanza di Nonantola, Modena 1880; Valcavi, La partecipanza di Nonantola e la sua amministrazione, Modena 1887; Curis, In difesa della partecipanze agrarie emiliane in sede legislativa e contenziosa, Roma 1926; Frassoldati, Le partecipanze agrarie emiliane, Padova 1936; Solmi, Sulla natura giuridica delle società degli antichi originarii e delle partecipanze agrarie nel sistema della proprietà fondiaria dell’Italia superiore, in Studi storici sulla proprietà fondiaria nel Medio Evo, Roma 1937; Melega, Monografia sulle partecipanze agrarie emiliane, Bologna 1940; Diozzi, Riforme e nuovi indirizzi della partecipanza agraria di Cento, Ferrara 1942; Id., Aspetti storici, giuridici e sociali della partecipanza agraria di Cento, Ferrara 1952; Bernardi, La partecipanza agraria di Nonantola, Modena 1977; Casamassima, Le partecipanze e le università agrarie sono beni demaniali indisponibili perseguenti la soddisfazione di pubblici interessi (nota contraria a C. cost. 17 dicembre 1989 n. 526), in Giur. agr., 1989, 24; Regole, comune, partecipanze: storia ed attualità delle proprietà collettive rurali. Atti (Autori vari), Rovigo 1990; Andreoli, Le basi storico-giuridiche delle partecipanze emiliane, in Cheiron, 1991, 14; Arioti, Proprietà collettiva e riparto periodico dei terreni in una comunità della pianura bolognese: San Giovanni in Persiceto (secoli XVI-XVIII), in Quaderni storici, 1992; Terre e comunità nell’Italia padana. Il caso delle partecipanze agrarie emiliane: da beni comuni a beni collettivi a cura di Fregni, in Cheiron, 1992, n. 14-15; Galgano, Sulla natura giuridica delle partecipanze emiliane, in Riv. dir. agr., 1993, I, 179; Adversi, Villa Fontana. Cronistoria di una comunità e della sua partecipanza, San Giovanni in Persiceto 2001; Beltrami, Origini, natura giuridica e ragioni di sopravvivenza nelle partecipanze agrarie emiliane. Il caso della partecipanza agraria di Cento, Trento 2003; Pironti, Nuda proprietà della partecipanza agraria di Cento ed usufrutto dei partecipi, in Riv. dir. agr., in corso di pubblicazione.

(11) Talvolta i commissari regionali per la liquidazione degli usi civici e gli organi preposti alla vigilanza delle partecipanze (in precedenza la giunta provinciale amministrativa, il prefetto e il Ministero dell’agricoltura) hanno erroneamente assoggettato le stesse alla disciplina per gli usi civici mettendone a repentaglio l’esistenza. In ordine a tali problematiche ci permettiamo rinviare a Pironti, Pretesa autorizzazione ministeriale con riguardo all’alienazione dei beni della partecipanza agraria di Cento, in Riv. dir. agr., 2003, 482 ss.

(12) Istituto, questo, diffusamente approfondito da Volterra, Sull’istituto dell’incolato, in Temi emiliani, 1943, I, 222.

(13) Quanto all’identificazione del partecipe avente diritto alla divisione si rileva che il diritto spetta ai discendenti maschi delle originarie famiglie consorziate (v., ad esempio, art. 13 statuto della partecipanza centese). Tuttavia alcune partecipanze, come quella di Sant’Agata Bolognese e di Nonantola, si discostano parzialmente da tale principio: nella prima il diritto spetta anche alle donne che si uniscono in matrimonio con i membri della partecipanza; nella seconda il diritto è proprio anche delle donne.

(14) Tuttavia non tutte le partecipanze emiliane adottano l’indicato sistema di tradizione. Tant’è che secondo gli art. 14 e 97 degli statuti della partecipanze agrarie di Pieve di Cento e di Cento si deve ritenere che il diritto reale si acquisti nel momento in cui si chiudono i registri di iscrizione.

(15) Esattamente rileva Ferrara, Le persone giuridiche, Torino 1956, 71 ss. che le partecipanze sono «forme storiche di comunione di diritto germanico, assolutamente diverse dal condominio romano, in cui si ha un vincolo personale e patrimoniale indissolubile tra i partecipanti del gruppo; il bene è di tutti ma nessuno può vantare una parte per sé, non vi sono quote individuali, alienabili o trasmissibili agli eredi, ma ognuno del gruppo, ed in quanto esso rimane, gode insieme agli altri della cosa comune».

(16) Con bolla papale (emessa da Paolo II) si tentò di sopprimere le partecipanze agrarie. Venne decisa l’assegnazione permanente in proprietà esclusiva di ciascun partecipe la qual cosa valeva per definitiva estinzione dell’originaria comunione. Ne scaturì un’aspra polemica da cui si originarono una serie di controversie finché il cardinale legato Giuliano Della Rovere ordinò nel 1484 il ripristino dell’antico diritto consuetudinario.

(17) Con riguardo alla comunione «senza quote» (altrimenti definita «in mano comune» o, più semplicemente, «germanica») di derivazione germanica, cfr. Fragali, La comunione, in Trattato di diritto civile e commerciale diretto da Cicu e Messineo, XIII, t. I, Milano 1973, 112 ss.; Greco, Della proprietà, in Commentario del codice civile, III, Torino 1968, sub art. 1100, p. 16 s. Tale figura venne denominata anche comunione «a mani riunite» perché i comunisti erano plasticamente raffigurati in gruppi con le mani incrociate. Guarino, Comunione (diritto civile), in Enc. dir., VIII, Milano 1970, 234, sostiene, tuttavia, che tale figura di comunione non sia di origine germanica. Contra, nel senso di ritenere l’istituto di inequivoca origine germanica, Barassi, Proprietà e comproprietà, Milano 1951, 172 ss.

(18) L. rg. Em. Rom. 28 febbraio 1994 n. 10 (Modifiche ed integrazioni all’ordinamento dei controlli regionali sugli enti locali e sugli altri enti dipendenti dalla regione), art. 2. V. anche l. rg. Em. Rom. 12 dicembre 1985 n. 28 (Modificazioni e integrazioni alla l. rg. 27 febbraio 1974 n. 9, concernente il funzionamento dell’organo regionale di controllo e alla l. rg. 18 agosto 1984 n. 44, concernente il funzionamento delle strutture organizzative della regione), art. 6.

(19) Prima dell’istituzione dei comitati regionali il controllo sugli atti deliberativi assunti dalle partecipanze veniva esercitato dagli organi prefettizi. Ad esempio, lo statuto della partecipanza agraria di Cento prescriveva all’art. 81 che «nel termine di quindici giorni dal ricevimento della copia del verbale, il prefetto può, con decreto motivato da comunicarsi immediatamente all’amministrazione, pronunciare l’annullamento delle deliberazioni che siano state adottate in adunanza illegale o senza l’osservanza delle forme prescritte dal presente statuto, o se con esse siano state violate disposizioni di legge, o di regolamenti generali o locali, o del presente statuto. Decorso il termine anzidetto, senza che siasi provveduto all’annullamento, le deliberazioni diventano esecutive». La disposizione prevedeva, altresì, che «contro i provvedimenti del prefetto è ammesso ricorso gerarchico entro quindici giorni al ministero competente che decide definitivamente».

(20) Statuto della partecipanza agraria di Cento, art. 2, riformato in conformità del r.d. 26 febbraio 1928 n. 332, art. 59.

(21) Esclude la natura pubblicistica delle partecipanze agrarie emiliane Cass. 14 maggio 1987 n. 4443; cfr., altresì, Cons. Stato, 15 novembre 1982, secondo cui le partecipanze sono di indubbia ed esclusiva natura privatistica in quanto non possiedono le caratteristiche delle università agrarie delle province dell’ex Stato pontificio.

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