L’OBBLIGO FILIALE DI MANTENIMENTO DEI GENITORI IN UN RECENTE DISEGNO DI LEGGE

FULVIO  PIRONTI

Sommario: 1. L’obbligo filiale di mantenimento dei genitori secondo il vigente art. 315 c.c. − 2. Il disegno di legge Flammia (modificativo dell’art. 315 c.c.) quale riequilibratore di tutele nei rapporti familiari. − 3. Finalità, adempimento dell’obbligazione mantenitiva e proporzionalità contributiva. − 4. Necessità di introdurre nell’ordinamento una nuova fattispecie delittuosa: violazione degli obblighi filiali di mantenimento dei genitori. (*)

1. L’obbligo filiale di mantenimento dei genitori secondo il vigente art. 315 c.c.

Il 13 febbraio 2002 è stato depositato presso la presidenza del Senato della Repubblica disegno di legge volto ad emendare l’art. 315 c.c., disposto dettato in tema di diritto di famiglia. L’iniziativa legislativa è stata assunta dal senatore Angelo Flammia in qualità di primo firmatario cui sono susseguite le adesioni di trentadue parlamentari (1); il progetto normativo risulta essere stato assegnato all’esame della II Commissione Giustizia in sede referente in data 9 aprile 2002.

Per comprendere appieno la portata, peraltro fortemente innovativa, della proposta di legge è necessario riportarsi al vigente art. 315 c.c. (2). L’indicata disposizione − rubricata sotto il titolo «Doveri del figlio verso i genitori» − prescrive che il figlio «deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa». In buona sostanza, la prescrizione codicistica assoggetta − palesando un chiaro concetto di solidarietà familiare e sociale − ogni figlio al dovere di mantenimento verso i genitori quando il rapporto familiare trae fondamento dalla convivenza con i medesimi. Il fondamento del dovere contributivo va rintracciato nella solidarietà che lega persone tra le quali sussistono vincoli familiari.

L’obbligo mantenitivo si estingue nel momento in cui il figlio costituisce un proprio nucleo trasferendosi dall’originario agglomerato familiare (come, ad esempio, quando il medesimo decida di condurre la propria esistenza in forma single presso un autonomo domicilio o, al più, contragga matrimonio) cessando di coabitarvi. Il figlio che dismetta la convivenza con i genitori non soggiace più al vincolo di mantenimento dei medesimi, sibbene alla più contenuta prestazione alimentare prevista dall’art. 433 c.c. in forza del quale «all’obbligo di prestare gli alimenti sono tenuti, nell’ordine: […] i figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi […]».

Nel vigente impianto del diritto di famiglia il dovere di solidarietà è imperniato, con riferimento agli obblighi scaturenti dalla mera condizione filiale, sugli artt. 315 (credito mantenitivo) e 433 c.c. (credito alimentare): invero, mentre il primo disposto sancisce l’obbligo di mantenimento dei figli verso i genitori purché conviventi con i medesimi, il secondo prevede la coobbligatorietà alimentare per i figli che abbiano cessato di convivervi. Al riguardo, si è osservato che il dovere di contribuzione filiale ex art. 315 c.c., assente nelle pregresse formulazioni codicistiche (3), «è oggi previsto con ogni probabilità anche allo scopo di attribuire ai figli un ruolo più responsabile e più attivo all’interno della famiglia» (4).

A ben vedere, si è passati da una legge morale scritta qual era quella di «rispettare» ed «onorare» la coppia genitoriale (ricomprendendone, sia pure implicitamente, i doveri di mantenimento) a quella di «rispettare» la medesima contribuendo al mantenimento finché si conviva con essa. Ci sembra, tuttavia, che il legislatore del 1975 nel riscrivere l’art. 315 c.c. non abbia innovato alcunché: ha inteso semplicemente focalizzare un aspetto del rispetto filiale, cioè la contribuzione economica al mantenimento del genitore.

Dunque, se è vero che ogni norma introdotta nell’ordinamento civile rappresenta il mutevole sentire della società e dei suoi costumi, i vigenti artt. 315 c.c. e 433 c.c. (rispettivamente afferenti agli obblighi filiali mantenitivi ed alimentari) denotano, a nostro sommesso avviso, un negletto atteggiarsi del legislatore a detrimento del genitore anziano poiché le tutele previste possono considerarsi esigue, disadatte ed incomplete.

Si consideri, poi, che i richiamati precetti dovrebbero essere scolpiti nella morale e nella coscienza di ogni figlio; averli normati e codificati se da un canto ha rappresentato un incontrovertibile segnale di certezza e progresso giuridico, dall’altro − va purtuttavia rilevato − ha registrato un penoso scadimento della solidarietà familiare e cristiana. È indubitabile che i predicati «rispettare» ed «onorare» sottendano e racchiudano il dovere di solidarietà dei figli verso la coppia genitoriale.

L’attuale quadro legislativo degli obblighi filiali mantenitivi (gravanti sui figli conviventi con i genitori) ed alimentari (gravanti sui figli non più conviventi con i genitori) evidenzia una netta sperequazione di tutele nei rapporti familiari. In effetti i doveri dei genitori verso i figli sono di gran lunga preponderanti di quelli previsti a carico dei figli verso i genitori. Ed in proposito non sembra rinvenirsi alcuna ragione giustificatrice.

2. Il disegno di legge Flammia (modificativo dell’art. 315 c.c.) quale riequilibratore di tutele nei rapporti familiari

Il disegno di legge in argomento trae spunto da una serie di miserevoli situazioni balzate all’attenzione delle cronache giornalistiche (5) e televisive riguardanti l’abbandono di genitori anziani. In proposito la relazione accompagnatoria al disegno normativo in esame restituisce un’amara verità: genitori anziani che versano «in cattive condizioni economiche e che soprattutto sono abbandonati. Anziani che sono abbandonati anche dai propri figli» (6).

Sebbene il testo legislativo non operi alcun distinguo e la ratio tragga, come emerge da un’attenta lettura della relazione accompagnatoria, senz’altro fondamento ed ispirazione dalla precaria condizione (economica e salutare) delle persone anziane, esso appare indirizzato a genitori di qualsiasi età.

Il disegno di legge Flammia et alteri si prefigge di accrescere e, soprattutto, innervare le tutele in favore della coppia genitoriale. L’istituto del mantenimento discende da un concetto di solidarietà familiare e sociale fondato sullo status familiae. Esso è volto all’integrazione nella medesima condizione economica e sociale delle persone legate dal rispettivo diritto ed obbligo. Chi è obbligato al mantenimento deve provvedere a tutte le occorrenze di vita di chi non ha redditi propri (o, pur possedendoli, non siano sufficientemente adeguati) in proporzione alle sue sostanze e possibilità.

La prestazione di mantenimento può anche prescindere da uno stato di indigenza, «ha un contenuto più ampio, non limitato ai bisogni della vita, ma esteso a tutti quei beni che una persona può legittimamente desiderare in relazione al tenore di vita della famiglia cui appartiene» (7) ed è, inoltre, volto «a rendere omogeneo lo standard di vita dei genitori» (8). Sebbene essa travalichi il mero diritto alimentare, è pur sempre posta a tutela di bisogni fondamentali della persona.

In buona sostanza, così come i genitori sono obbligati al mantenimento della prole fino al raggiungimento di un’indipendenza economica, così i figli saranno obbligati (sempreché sia necessario), al mantenimento dei genitori. La giustezza del nuovo congegno giuridico innesca, connotandosi di un chiaro tratto innovativo, un equo riequilibrio di tutele nell’àmbito dei rapporti familiari.

3. Finalità, adempimento dell’obbligazione mantenitiva e proporzionalità contributiva

Il 1° comma del nuovo testo sancisce che ogni figlio debba contribuire, convivente o meno nel nucleo familiare, al mantenimento dei genitori quando «vengano a trovarsi per una qualsiasi ragione in condizioni economiche disagiate»; l’obbligo di mantenimento include sia il «necessario per una decorosa esistenza dei genitori» sia «tutte le esigenze di vita dei medesimi indipendentemente dalla sussistenza di uno stato di bisogno».

In tale disposizione va colta la prima significativa differenza con il vigente testo e cioè che l’obbligo di mantenimento è dovuto dai figli senz’alcuna distinzione in ordine alla convivenza o meno con i genitori. L’obbligo filiale deve estendersi al più ampio dovere di mantenimento per permettere di affrontare una qualsiasi esigenza o necessità affinché i genitori possano condurre una dignitosa esistenza. Naturalmente la determinazione dell’assegno di mantenimento dovrà essere rapportata alla capacità contributiva del figlio ad esso obbligato. Il credito mantenitivo comprenderà il soddisfacimento di qualsiasi esigenza della vita (incluso, naturalmente, il diritto alla salute) in rispondenza alla condizione sociale del genitore.

Nella realtà potrà verificarsi che la capacità reddituale di un anziano genitore sia insufficiente a garantire appaganti e qualitative condizioni di vita: si pensi, ad esempio, a chi non riesce a corrispondere il cànone dell’abitazione condotta in locazione perché, come è noto, esoso; al genitore che debba sopportare considerevoli costi dentistici o ciclici soggiorni per cure termali; e, ancora, al genitore cronicamente impedito che non può permettersi di sopportare gli esorbitanti costi dell’assistenza domiciliare.

Va segnalato che una consistente fascia sociale, rappresentata prevalentemente da pensionati, rasenta la soglia della nuova indigenza. In effetti le erogazioni previdenziali sono pressoché inadatte a fronteggiare gli elevati costi di vita (specie per chi abita i grossi centri). In questi casi sarebbe improprio parlare di obbligazione alimentare: invero chi possiede un trattamento di quiescenza maturato dopo un regolare percorso lavorativo (o professionale) se da un canto non ha alcun diritto agli alimenti (perché appunto fruitore di pensione), dall’altro ha diritto al mantenimento ovvero a quell’integrazione reddituale della propria entrata tale da elevargli la qualità esistenziale.

Il 2° comma dispone che la contribuzione filiale oltre «a garantire una autonoma e dignitosa esistenza» può servire anche «a fronteggiare i costi per il soggiorno in idonee case di cura per anziani» i cui oneri economici graveranno «su ogni figlio in proporzione alle capacità patrimoniali o reddituali».

L’imposizione dell’obbligo contributivo di mantenimento risolve due rilevanti questioni: a) in primis la spinosa problematica riguardante i gravosi costi necessari per garantire l’assistenza al genitore in appropriate case di cura (sono una moltitudine gli anziani che, ancorché titolari di assegni pensionistici, non possono farvi fronte); b) prevede, similmente all’obbligazione alimentare, la ripartizione degli oneri scaturenti dall’adempimento dell’obbligo in funzione della proporzionale capacità reddituale e patrimoniale dei figli (nella pratica potrà verificarsi che tra i coobbligati soltanto uno sia in grado di provvedere al mantenimento sicché a suo carico potrà porsi l’intera obbligazione; la temporanea imposizione dell’obbligo mantenitivo a carico di uno solo dei debitori è operata con sentenza costitutiva; presupposti per la concessione di siffatto provvedimento saranno la raggiunta prova del disagio economico, la determinazione dell’entità dell’ausilio necessario nonché l’identificazione dei coobbligati).

Il 3° comma integra e perfeziona il precedente: esso legittima «il figlio che abbia adempiuto l’obbligo di mantenimento dei genitori anche per la quota facente carico ai fratelli […] ad agire in rivalsa nei confronti di questi per l’ottenimento del rimborso». Viene così prevista l’azione di rivalsa (o regresso) in favore del figlio che si sia reso adempiente nel soddisfare l’intera prestazione mantenitiva. Risponde senz’altro ad esigenze di giustizia legittimare ad un’azione di rivalsa chi abbia sopportato le prestazioni di mantenimento in favore del proprio genitore sobbarcandosi dei costi proporzionalmente spettanti ai restanti coobbligati. Può ritenersi che se a mantenere l’avente diritto sia stato un coobbligato, oltre il limite della sua quota, costui potrà, per il conseguimento di quanto dovuto, esercitare l’azione fondata sull’utile gestione. L’ultimo comma, infine, sancisce la parificazione dei «figli legittimati, riconosciuti o adottivi».

4. Necessità di introdurre nell’ordinamento una nuova fattispecie delittuosa: violazione degli obblighi filiali di mantenimento dei genitori

È chiaro che qualora la proposta normativa dovesse essere approvata dal Parlamento, sarà necessario normare − attraverso disposizioni legislative penali − la violazione dell’obbligo filiale di mantenimento (8). L’incriminazione tenderà a rafforzare l’obbligo civilistico.

La condotta tipica richiesta dalla ipotizzata previsione criminosa consisterebbe nel sottrarsi agli obblighi di mantenimento dovuti ai genitori (reato commissivo mediante omissione dove il soggetto agente cagiona un risultato antigiuridico per mezzo di un comportamento negativo).

Si configurerebbe tale fattispecie delittuosa solo nei casi nei quali sussistano, da un canto, il disagio economico del soggetto passivo avente diritto alla somministrazione mantenitiva e, dall’altro, la indubbia capacità economica dell’obbligato a fornirgliela. Naturalmente solo la prova certa della presenza di siffatta capacità potrà giustificare l’affermazione di responsabilità (viceversa non potrà configurarsi responsabilità penale quando l’obbligato sia economicamente incapace di provvedere).

Sarà sufficiente il dolo generico consistente nella volontà cosciente e libera di sottrarsi, senza giusta causa, agli obblighi nella consapevolezza del disagio economico (anche solo temporalmente limitato) in cui versa il soggetto passivo. Il reato avrà carattere permanente poiché il suo stato di consumazione si protrarrà per tutto il tempo in cui l’obbligato si è astenuto di adempiere al proprio dovere verso il genitore quando abbia la possibilità di adempierlo. Il delitto di violazione dell’obbligo filiale di mantenimento del genitore si consumerà nel luogo dell’illegittimo inadempimento dell’obbligo imposto dalla natura perché ivi appunto si verificherà l’evento e cioè la lesione dell’interesse mantenitivo protetto (9).

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(*) Contributo pubblicato nella rivista specialista Familia, 2005, 3, 479 ss. edita da Giuffrè

(1) Fra i trentadue parlamentari aderenti all’iniziativa legislativa assunta dal sen. Flammia balzano in evidenza i seguenti: sen. prof. Francesco Cossiga (costituzionalista e presidente emerito della Repubblica), sen. prof. Cesare Salvi (ordinario di diritto civile, vicepresidente del Senato ed ex ministro del lavoro e della previdenza), sen. dott. Alberto Maritati (magistrato di Cassazione, ex procuratore generale antimafia aggiunto e sottosegretario all’Interno) nonché sen. prof.ssa Ida Dentamaro (ordinario di diritto pubblico).

Il testo normativo reca altresì le adesioni dei seguenti senatori cofirmatari: Paolo Brutti, Bruno Dettori, Loredana De Petris, Aniello Formisano, Marcello Basso, Giuseppe Scalera, Aleandro Longhi, Elidio De Paoli, Pierluigi Castellani, Livio Togni, Angelo Muzio, Giovanni Vittorio Battafarano, Gianfranco Pagliarulo, Antonio Gaglione, Franco Chiusoli, Tino Bedin, Giovanni Brunale, Leopoldo Di Girolamo, Giuseppe Mascioni, Giancarlo Pasquini, Oskar Peterlini, Antonio Vicini, Egidio Enrico Pedrini, Emanuela Baio Dossi, Piero Di Siena, Vito Grosso, Giovanni Lorenzo Forcieri nonché Mario Gasbarri.

(2) Sull’obbligo filiale di contribuzione dei bisogni familiari previsto dall’art. 315 c.c. cfr., ex aliis, Falzea, Il dovere di contribuzione nel regime patrimoniale della famiglia, in Riv. dir. civ., 1977, I, p. 63 ss.; v., altresì, Bucciante, Persone e famiglia, in Trattato di diritto privato diretto da Rescigno, III, Torino, 1977, p. 595. In tema, tuttavia, non sembrano riscontrarsi recenti precedenti giurisprudenziali editi.

Con riguardo ai doveri morali e di rispetto v., ex multis, Ruscello, Il dovere di rispetto dei figli: doveri etici, rapporto familiare e obbligo di collaborazione, in Studium iuris, 1997, p. 895 ss.; Giorgianni, Commentario al diritto italiano della famiglia a cura di Cian, Oppo e Trabucchi, IV, sub art. 315, Padova, 1992, p. 316 ss., il quale rileva che l’obbligo di contribuzione insorge a carico del figlio non soltanto quando questi abbia ««redditi», ma anche «sostanze non fruttifere»; Id., Commentario alla riforma del diritto di famiglia a cura di Carraro, Oppo e Trabucchi, sub art. 315 c.c., IV, Padova, 1977, p. 750 ss.; Jemolo, Intorno al rispetto dei figli verso i genitori, in Giur. it., 1981, I, 1, c. 546; De Cupis, Il dovere di rispetto dei figli verso i genitori, in Riv. dir. civ., 1981, II, p. 271 s.; Ferri, Diritto al mantenimento e doveri dei figli, in Diritto di famiglia, Scritti in onore di Nicolò, Milano, 1982, p. 363 ss.

Sui lavori preparatori relativi all’art. 315 c.c. cfr. Finocchiaro, Diritto di famiglia. Commento sistematico della l. 19 maggio 1975, n. 151, Milano, 1984, p. 1970 ss.

(3) I previgenti artt. 220 c.c. (del 1865) e 315 c.c. (del 1942) si limitavano a prescrivere, in maniera pressoché identica, l’obbligo per il figlio di «onorare e rispettare i genitori» senza disporre alcunché in ordine al mantenimento. Tuttavia, a ben meditare, ci sembra che i pregressi legislatori abbiano voluto ricomprendere, sia pure nel silenzio delle norme e perciò in forma implicita, l’obbligo filiale contributivo in favore dei genitori mediante l’utilizzo dei più generali predicati «onorare» e «rispettare». Ciò in quanto «onorare» indica riverenza intesa a rimarcare prestigio morale (perciò incondizionata dimostrazione di stima ed ossequio) e «rispettare» indica riconoscere i diritti del merito e della dignità (ritenere degno di stima, perciò da non doversi violare, offendere o profanare). Ne discende che l’abbandono di un genitore nel disagio economico avrebbe senz’altro importato per la prole contegno disonorevole ed irrispettoso. In effetti peccherebbe decisamente di contraddittorietà onorare e rispettare un genitore lasciandolo, tuttavia, nella più bieca indigenza.

Al fine di comprendere l’esatta evoluzione dei richiamati disposti, ci piace trascriverli integralmente. Art. 220, 1° comma, c.c. 1865: «Il figlio, qualunque sia la sua età, deve onorare e rispettare i genitori»; art. 315, unico comma, c.c. 1942: «Il figlio, di qualunque età sia, deve onorare e rispettare i genitori»; art. 315 c.c. sostituito dall’art. 137 L. 19 maggio 1975, n. 151: «Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

(4) Ruscello, op. cit., p. 895 s.

(5) Si leggano, tra gli altri, per i casi di anziani genitori abbandonati nel più completo disagio economico e morale dai propri figli L’Unione Sarda (6 gennaio 2001), Il Giornale di Vicenza (10 giugno 2001), Il Giorno (5 ottobre 2000).

(6) Atti parlamentari, Senato della Repubblica, XIV Legislatura, Relazione al disegno di legge n. 1145 intitolato «Modifica dell’art. 315 del codice civile», d’iniziativa del sen. Angelo Flammia, p. 2. Per una compiuta informazione riportiamo di séguito il testo integrale del disegno di legge dianzi mentovato:
1. L’articolo 315 del codice civile è sostituito dal seguente:
«Art. 315 (Obbligo del figlio al mantenimento dei genitori)
Il figlio deve contribuire, indifferentemente se conviva o meno con i genitori, al mantenimento dei medesimi qualora vengano a trovarsi per una qualsiasi ragione in condizioni economiche disagiate; l’obbligo di mantenimento comprende non soltanto il necessario per una decorosa esistenza dei genitori ma altresì tutte le esigenze di vita dei medesimi indipendentemente dalla sussistenza di uno stato di bisogno.
L’obbligatorietà contributiva, finalizzata a garantire una autonoma e dignitosa esistenza o, eventualmente, a fronteggiare i costi per il soggiorno dei genitori in idonee case di cura per anziani, grava su ogni figlio in proporzione alle capacità patrimoniali e reddituali.
Il figlio che abbia adempiuto l’obbligo di mantenimento dei genitori anche per la quota facente carico ai fratelli è legittimato ad agire in rivalsa nei confronti di questi per l’ottenimento del rimborso.
Ai fini del presente articolo devono intendersi parificati i figli legittimati, riconosciuti o adottivi».

(7) Così Bucciante, La potestà dei genitori, la tutela e l’emancipazione, in Trattato di diritto privato diretto da Rescigno, III, cit., p. 894.

(8) Bucciante, op. cit., p. 895.

(9) L’ipotizzata fattispecie delittuosa − da integrare nel Titolo XI («Dei delitti contro la famiglia»), Capo IV («Dei delitti contro l’assistenza familiare») del codice penale − potrebbe essere così rubricata: «Art. 576 bis c.p. (Violazione dell’obbligo filiale di mantenimento dei genitori)» e seguentemente formulata: «Chiunque si sottrae agli obblighi di mantenimento inerenti alla qualità di figlio legittimo, legittimato, riconosciuto o adottivo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa da 103,29 euro a 1.032,91 euro».

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