LA CITTA’ DI CENTO

cento1Sulla sponda sinistra del fiume Reno si sviluppa la ridente città di Cento, un agglomerato insediato di solerti pianigiani situato a tredici metri sul livello del mare. Dalla balza più erta dell’argine è possibile ammirare la ragguardevole cittadina, moderno centro industriale non privo, tuttavia, di secolari tradizioni. L’occhio, dapprincipio, viene richiamato da un insieme di tetti cupamente rosseggianti sovrastati da nubi perlacee vagolanti nell’immensurabile coppa biava. E’ agevole, poi, scorgere la più alta e sontuosa guglia, simbolo cristiano della città, i diamantini castelli dalle fattezze architettoniche tarchiate, dimore gentilizie intrise di storia, e i pittoreschi porticati a botte disposti sui fianchi delle arterie centrali. Fra le abitazioni geometricamente allineate, uno snocciolarsi di vie, trivi ed incrocicchi dai selciati finemente rivestiti di pavé e, al di là degli innumerevoli opifici assiepati nelle vicinanze dei quartieri periferici, un distendersi di illimitati tappeti ammantati di biondeggianti messi.

Nella dimessa quiete dei campi si intravede fluire una striscia d’acqua dagli argentei riflessi; penetra nella città lambendone il cuore e procede il silente cammino infranto dall’ininterrotto frinire delle cicale e dal notturno gracidare delle ranocchie ripensi. Sono le acque del Canale, un modesto corso in gran parte rettilineo intarsiato sulle sponde di incantevoli platani. Accompagnate da un placido sussurrìo, le sue acque, levissime, avanzano incantucciate tra ripe alberate ed erbeggiate lasciando nell’abitato una delicata sensazione di pace e serenità. E, forse, fu proprio quella idilliaca tranquillità che circonfonde l’intero paese ad ispirare l’arte di Gian Francesco Barbieri – detto il Guercino – celebre pittore assurto ai fastigi della fama nazionale. Il prestigio che Egli lasciò ai concittadini fu carinamente ricambiato mediante l’erezione di una statua marmorea nelle graziose aiuole del centro storico.

Poco discosto, sullo sfondo, un prezioso quanto superbo scenario ingioiella l’ammirevole scultura raffigurante il Guercino: è la Rocca, una fortezza medievale risalente al Quattrocento costituita da tre amplissimi torrazzi ed un enorme bastione. Sopra di essa, nella tersa azzurrescenza del cielo, un armonico volteggiare di colombi: tubano, si inseguono sotto la carezza del sole, si posano sui rami delle acacie mescolandosi nella soverchia verzura. Nelle immediate vicinanze, un austero edificio scolastico di deamicisiana memoria.

Ogni ora la voce metallica dell’orologio di piazza riecheggia le sue note argentine avvivando l’intero centro urbano: le battute fluttuano, signoreggiano nell’aria intrecciandosi talvolta con il carezzevole suono della campane. Nella piazza maggiore vi è il Palazzo dell’Orologio, un antico edificio dai tratti artisticamente merlettati sostenuto da un fastoso colonnato. Delineata a mo’ di rettangolo, la piazza è intersecata da un quadrivio e quasi interamente delimitata da severi palazzotti con meravigliose facciate. Nei pressi si distende ad angolo il Teatro comunale e, ad un isolato di distanza, la splendida Collegiata di San Biagio e la civica Pinacoteca ricca di pregevoli tele impreziosite dall’incedere del tempo recanti le firme del Barbieri, Aroldo Bonzagni e Benedetto Gennari, rinomati artisti centesi.

Sul lato superiore si affacciano due porte urbiche a forma di torretta risalenti alle epoche buie, Porta Molina e Porta Pieve. All’infuori scorre il fiume Reno: le sue acque si inalveano dal Colle delle Piastre e discendono serpeggiando tra sinuosità ed anfratti; sfiorano ripe ora arenose, ora frastagliate finché defluiscono, dopo duecentoundici chilometri, nel Mare Adriatico. In posizione diametralmente opposta al fiume sorge, annegato nell’uberrima campagna, il Castello della Giovannina, roccaforte di grandi proporzioni e raffinati lineamenti doviziosamente istoriata nelle spaziose sale. Imponenti pioppi cingono le sue mura. La sera mentre frusciano e ondeggiano leggeri ai tenui respiri del vento di lontano si odono, a tratti, risonanti muggiti di bovi. E, ancora, in quell’agro intenebrato si percepisce, nella candide notti di luna, il soave gorgheggiare dell’usignolo, gli intensi striduli dei grilli e gli sprazzi di luce delle lucciole.

Questa, in magri ed abborracciati cenni, è la mia città natìa; la città dei bianchi lenzuoli nevosi, la città delle plumbee giornate nebbiose, la città dei mille ricordi…

Ariano Irpino, Dicembre 1987
Fulvio Pironti

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